
C’erano odore di olio motore e scintille di saldature nel piccolo laboratorio dove, a fine anni Ottanta, Bruno Vianello e Manuele Cavalli iniziarono a costruire i primi strumenti elettronici per auto. Mentre i meccanici di allora cercavano ancora il guasto con la lampada spia e il cacciavite, i due soci (Cavalli avrebbe poi lasciato l’azienda nel 2017) capirono che il futuro si sarebbe letto dentro una centralina. La coppia si accorse di come l’elettronica stesse iniziando a sostituire i componenti tradizionalmente meccanici nei veicoli, come ad esempio il carburatore. È da quell’intuizione che è germogliata Texa, oggi multinazionale della diagnostica elettronica e uno dei protagonisti europei della transizione tecnologica nel settore automotive.
«L’arrivo dell’elettronica a bordo dei nuovi veicoli è stata un’opportunità che abbiamo saputo cogliere – racconta Vianello, attuale presidente –. All’inizio la componentistica era spesso realizzata da aziende esterne come Bosch, quindi tra le officine dell’epoca c’era poca consapevolezza su come metterci mano». L’idea di sviluppare con Texa strumenti universali di diagnostica fece la differenza: «I nostri strumenti funzionavano su tutte le marche e questo è stato il segreto del nostro successo». Tre decenni dopo, quell’intuizione è diventata una multinazionale con oltre mille dipendenti e un campus tecnologico di 100 mila metri quadrati coperti a Monastier di Treviso, con antenne tecnologiche a Torino e Bologna, dove si progettano e producono sistemi diagnostici e soluzioni per la mobilità intelligente.
Sotto il profilo economico-finanziario, tra il 2018 e il 2024 i ricavi sono passati da 121,9 a 191,2 milioni di euro, con un tasso annuo composto di crescita pari al 7,8%. Nello stesso arco temporale, l’Ebitda è passato da 29 milioni (pari al 23,3% del fatturato) a 35,9 milioni (18,2%), mentre l’utile netto è aumentato da 15,9 a 19,6 milioni di euro. Il forecast 2025, fa sapere l’azienda, indica un fatturato di 205,5 milioni e un Ebitda a 40,5 milioni. In questo le prospettive sono favorevoli anche per il 2026, anno in cui è previsto un ulteriore sviluppo, grazie anche all’inaugurazione di un nuovo stabilimento di oltre 30 mila metri quadrati.
Anche la vocazione internazionale rappresenta, sin dai primi anni Duemila, un tratto distintivo del dna di Texa. Oggi l’export incide per circa il 70% delle vendite complessive dell’azienda. Dal punto di vista del fatturato, il 31% è realizzato in Italia, il 44% nel resto d’Europa e il restante 25% nei mercati extra-Ue. In questo contesto, la Germania si conferma come il principale mercato mondiale nel settore del Garage Equipment, con circa 26 milioni di ricavi generati tra officine indipendenti e case costruttrici. A conferma della centralità strategica di questo mercato, nel 2020 l’azienda ha inaugurato a Obersulm, nei pressi di Stoccarda, una nuova filiale di oltre 3 mila metri quadrati, triplicando gli spazi della precedente sede e rafforzando ulteriormente la propria presenza sul territorio.
Il 2018 è stato un anno spartiacque, con la nascita della divisione e-Powertrain, la scommessa più ambiziosa del gruppo: motori elettrici a flusso assiale, inverter ad alte prestazioni e centraline per il controllo del veicolo. «Abbiamo deciso di non limitarci più alla diagnostica, ma di costruire anche la parte propulsiva». Da qui sono nate collaborazioni con marchi d’eccellenza come Lamborghini e altri player internazionali coperti da segreto industriale. «Il nostro cliente vuole sempre il massimo della tecnologia. E noi dobbiamo essere pronti a offrirglielo, anticipando i tempi. Quando si progetta un’automobile, infatti, il processo richiede almeno dieci anni. Dal momento in cui si inizia a concepirla fino a quando arriva in produzione, passano in media otto-dieci anni. Ma dopo i primi tre o quattro, il cliente pensa già al modello successivo. E naturalmente lo vuole più evoluto».
Accanto ai successi industriali, però, Vianello non dimentica le sfide globali e guarda con realismo alla competizione in ambito automotive. Partendo da una consapevolezza: l’Europa ha perso tempo nel capire dove stava andando il mondo. Ora serve recuperare. «Il motore endotermico è stato inventato da due italiani, Barsanti e Matteucci. Noi europei abbiamo costruito nel tempo i migliori motori a scoppio, anche poco inquinanti. I cinesi sapevano di non poter competere in questo campo, dove la cultura e la tecnologia europea avevano un vantaggio naturale. Così hanno scelto di puntare tutto sull’elettrico. E qui sta la grande differenza di visione politica: la Cina è andata a comprarsi le miniere di litio, le terre rare, tutto ciò che serve per dominare il futuro dell’automotive. I nostri politici europei, invece, non ci hanno pensato. Anzi, siamo stati così ingenui da andare a produrre laggiù, trasferendo il nostro know-how e formando i nostri futuri concorrenti. Quando apri una fabbrica, apri anche il bagaglio della tua conoscenza. Abbiamo spalancato le porte della stalla e adesso recuperare le vacche non sarà semplice».