Il gruppo bresciano, che opera tra bruciatori a gas e induzione, ha fatto dell’ampia presenza
geografica un punto di forza. Nonostante il mercato in frenata, nel 2025 non ha smesso di investire
sugli stabilimenti globali
La storia di Sabaf comincia oltre settant’anni fa: nata a Lumezzane, nel bresciano, nel pieno
del boom economico, l’azienda si specializza in rubinetti e bruciatori a gas, trasformando un
componente apparentemente semplice in un oggetto ad alta complessità tecnica e
costruendo, nel tempo, una quota di mercato stimata vicino al 50% sui bruciatori per la
cottura a gas a livello globale, Cina esclusa.
Da realtà familiare lombarda, nel tempo si trasforma in multinazionale tascabile: dagli anni
Novanta i componenti Sabaf arrivano in Brasile, Turchia, Cina, poi approdano stabilmente in
India e in Messico, e infine negli Stati Uniti, con l’acquisizione nel 2023 di Mansfield
Engineered Components (MEC) che porta il gruppo a diventare il primo produttore di
cerniere per elettrodomestici del mondo occidentale. Dal lato del portafoglio prodotti, oggi la
cottura a gas mantiene una centralità difficile da scalfire nei mercati emergenti, dove
l’alternativa resta spesso la ben più inquinante combustione di legna o carbone, mentre in
Europa la progressiva affermazione dell’induzione spinge Sabaf a costruire un’offerta
completa, senza abbandonare il core storico ma evitando di legarsi a una sola tecnologia.
La traiettoria dell’azienda si legge anche nei numeri: il fatturato consolidato è salito dai 150,6
milioni del 2018 ai 285,1 milioni del 2024, con un Cagr dell’11,2%, mentre l’Ebitda è passato
da 30,2 milioni (20% dei ricavi) a 43,4 milioni (14,7%). L’Ebitda medio 20222024 si colloca
attorno al 14,4%, con un rapporto Pfn/Ebitda medio pari a 2. L’utile netto, invece, si è mosso
su un terreno più accidentato – tra 2018 e 2024 è passato da 15,8 a 7,9 milioni –, risentendo di
volatilità valutaria e iperinflazione turca. A questo quadro si è aggiunta, nel 2025, anche la
svalutazione del dollaro: per un’azienda che produce in Europa ed esporta una quota
significativa del fatturato in valuta Usa, l’indebolimento del biglietto verde si è tradotto
nell’erosione di ricavi e marginalità.
Nel 2025 il fatturato normalizzato, cioè depurato dagli effetti contabili dell’iperinflazione in
Turchia, si è attestato a 279,2 milioni dai 277 milioni dell’anno precedente. L’Ebitda, sempre
normalizzato, è passato da 40,4 a 41,4 milioni, con il margine salito dal 14,6% al 14,8%. L’utile
netto normalizzato, invece, è calato da 16,0 a 12,9 milioni, risentendo di voci finanziarie una
tantum, tra cui l’aggiornamento del valore dell’impegno che Sabaf ha preso di riacquistare in
futuro le quote dei soci di minoranza dell’americana MEC.
Sul 2025, Gianluca Beschi – Cfo di lunga data subentrato come Ceo dopo la prematura
scomparsa dell’ad Pietro Iotti, lo scorso febbraio – sceglie una chiave di lettura prudente ma
non difensiva: «Il 2025 è stato per noi un anno di moderata crescita del fatturato e di
miglioramento anche dal punto di vista dei margini. Un miglioramento non ampio, ma
comunque un passo in avanti. In un contesto macroeconomico e geopolitico come quello
del 2025, questi risultati per noi sono stati soddisfacenti». L’anno era partito in modo
incoraggiante, con una ripresa finalmente “intonata” del mercato degli elettrodomestici
dopo anni di volumi depressi da inflazione, rialzo dei tassi e blocco dell’immobiliare
residenziale. Poi, complice il riaccendersi di tensioni geopolitiche e del tema tariffario, il
mercato si è assestato su livelli che nei principali Paesi maturi restano ancora del 10% sotto a
quelli del pre-covid.
In un settore che «continua a soffrire», la capacità di Sabaf di migliorare almeno in parte
margini e fatturato è il risultato di tre progetti strategici che hanno rappresentato l’ossatura
del 2025. «Il primo è il rampup dello stabilimento greenfield in Messico, che ha spostato
capacità produttiva vicino ad alcuni clienti chiave nordamericani», riducendo il rischio di
barriere tariffarie e costi logistici. Il secondo è il «decollo del nuovo impianto in India», dove
Sabaf ha scelto di sviluppare «prodotti dedicati, tecnicamente ed esteticamente calibrati su
un mercato in cui il passaggio dal carbone al gas è ancora in corso e le modalità di cottura
sono molto diverse da quelle europee». Il terzo pilastro è, appunto, la piena integrazione di
Mec in Ohio.
Il 2026, ammette Beschi, è iniziato sotto il segno dell’«incertezza», complicata da un nuovo
shock dei prezzi energetici e dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. «Si è reso
necessario intervenire sui prezzi di vendita per cercare di scaricare a valle incrementi dei
costi che, altrimenti, non sarebbero sostenibili», commenta Beschi. Guardando al futuro,
però, la direzione è chiara. Le tre iniziative che hanno sostenuto il 2025 restano tra i
principali focus anche per l’anno in corso, in un percorso che Beschi definisce «di lungo
periodo». In parallelo, il gruppo non intende limitarsi alla sola crescita organica. Pur non
avendo oggi dossier “caldi” sul tavolo, Sabaf «continua infatti a monitorare il mercato alla
ricerca di opportunità di crescita per linee esterne»: possibili acquisizioni in aree
complementari al core business, in nuove geografie o in tecnologie adiacenti sono
considerate una leva strutturale per accelerare lo sviluppo, affiancando – e non sostituendo –
gli investimenti nei nuovi stabilimenti e nel continuo miglioramento degli impianti storici.