La storica azienda bergamasca della farmaceutica corre a doppia cifra ed esporta oltre il 90% del proprio fatturato. L’Ad Giorgio Bertolini: «Muoverci in Asia prima degli altri ci ha dato un vantaggio competitivo»
Fondata 75 anni fa a Bergamo dalla famiglia Negrisoli, Flamma è oggi uno dei protagonisti italiani nella produzione di principi attivi farmaceutici per conto delle big pharma. Un settore poco visibile al grande pubblico, ma strategico: in Italia vale circa 6 miliardi di euro e oltre il 90% del fatturato viene esportato. L’azienda, nata come Fabbrica Lombarda Amminoacidi – da cui l’acronimo Flamma – è cresciuta negli anni fino a contare cinque stabilimenti tra Italia, Cina e Stati Uniti. Ne abbiamo parlato con l’amministratore delegato Giorgio Bertolini.
Bertolini, partiamo dall’attività di Flamma. Che cosa producete esattamente?
Produciamo principi attivi farmaceutici per conto terzi, soprattutto per le grandi aziende farmaceutiche internazionali. Il principio attivo è la sostanza che rende efficace un farmaco: noi lo realizziamo e poi lo spediamo alle big pharma, che lo trasformano in compresse, capsule o altre forme farmaceutiche. È un settore poco conosciuto dal grande pubblico, ma molto importante per l’Italia: vale circa 6 miliardi di euro e ha una forte vocazione internazionale, con oltre il 90% del fatturato esportato.
Com’è nata l’azienda?
Flamma è nata 75 anni fa a Bergamo, nel quartiere di Boccaleone, per iniziativa della famiglia Negrisoli. All’inizio produceva amminoacidi: il nome Flamma deriva infatti da Fabbrica Lombarda Amminoacidi. Con il tempo l’azienda si è spostata a Chignolo d’Isola, sempre in provincia di Bergamo, costruendo un nuovo impianto. Oggi abbiamo cinque stabilimenti: tre in Italia, uno in Cina e uno negli Stati Uniti. Negli ultimi anni la crescita è stata sostenuta, con un tasso medio annuo intorno al 17%, e gli addetti sono arrivati a circa 1.100.
Come si è chiuso il 2025?
Il 2025 si è chiuso con un fatturato consolidato di circa 235 milioni di euro e un Ebitda superiore a 50 milioni. Sono risultati positivi, sostenuti da un mercato in crescita e da una strategia di investimento molto intensa.
Nel vostro settore quanto conta la tecnologia?
Conta moltissimo. Lavoriamo spesso su prodotti innovativi, perché operiamo per grandi gruppi farmaceutici internazionali che sviluppano farmaci sempre più complessi. Ogni nuovo prodotto richiede nuove competenze, nuovi processi e nuovi investimenti. Il nostro è un settore ad alta intensità di capitale: servono impianti, competenze tecniche, qualità, sicurezza e capacità regolatoria. Per sostenere la crescita, Flamma investe ogni anno tra il 10% e il 15% del fatturato.
Quanto ha pesato la visione della famiglia Negrisoli nella crescita internazionale?
Ha pesato moltissimo. La famiglia ha avuto molto presto l’intuizione di portare l’azienda all’estero. Flamma era già presente in Cina alla fine degli anni Novanta, quasi trent’anni fa. All’epoca non era affatto scontato per una media impresa italiana costruire una presenza produttiva così strutturata in Asia. Quella scelta ha dato all’azienda un vantaggio competitivo importante, perché ha permesso di capire prima di altri quanto sarebbe diventato decisivo il controllo della filiera.
Oggi però il rapporto con la Cina è uno dei temi più delicati per l’industria farmaceutica europea. Come si inserisce la vostra presenza cinese nella strategia del gruppo?
La nostra presenza in Cina non è nata per delocalizzare la produzione italiana, ma per rendere più solida la supply chain. Avevamo capito che la disponibilità di materie prime dalla Cina poteva diventare un fattore critico e abbiamo scelto di produrne una parte direttamente. In pratica, in Cina realizziamo intermedi e materie prime a costi competitivi, che poi vengono trasferiti nei siti italiani e statunitensi per essere trasformati nel prodotto finale. Non è stato un trasferimento di valore fuori dall’Italia, ma un modo per rafforzare l’intera filiera. Inoltre, una parte significativa della produzione cinese è destinata al mercato cinese, che per alcuni prodotti di qualità ha una domanda importante.
Quindi in Cina c’è anche domanda di qualità europea?
Sì. Esiste una fascia di mercato che cerca prodotti di qualità e guarda con attenzione ai produttori europei. I produttori cinesi stanno crescendo molto rapidamente e in alcuni ambiti potranno raggiungerci o superarci, perché hanno una capacità di innovazione molto forte. Ma oggi, per determinate produzioni, la qualità europea resta ancora un elemento distintivo. Essere presenti in Cina ci permette di seguire da vicino l’evoluzione del mercato e competere anche lì. Oggi circa il 60% del fatturato viene generato in Italia, il 35% in Cina e il 5% negli Stati Uniti. In prospettiva la quota cinese potrebbe aumentare, ma questo non significa ridurre gli investimenti in Italia: al contrario, continuiamo a investire anche qui, come dimostra l’acquisizione nel 2022 del sito di Bulciago, vicino a Lecco.
Quanto pesa oggi il tema delle filiere locali, soprattutto dopo le tensioni geopolitiche e le difficoltà emerse negli ultimi anni?
Pesa sempre di più. Le grandi aziende farmaceutiche stanno cercando filiere più vicine ai mercati di riferimento: produttori americani per il mercato americano, europei per quello europeo e asiatici per quello asiatico. È una scelta legata alla sicurezza degli approvvigionamenti, alla regolazione e alle tensioni geopolitiche. Per noi questa evoluzione può essere un vantaggio, perché abbiamo già una presenza distribuita: l’Italia può servire l’Europa, la Cina il mercato cinese e gli Stati Uniti quello americano.
Il mercato farmaceutico continua a crescere. Quali sono oggi i principali driver?
Uno dei segmenti più dinamici oggi è quello dei Glp-1 agonisti, farmaci nati come antidiabetici e diventati molto noti anche per il loro impiego nella perdita di peso. È un mercato in forte crescita a livello globale e Flamma è ben posizionata in questa filiera.
Quando siete entrati in questo segmento?
Siamo entrati prima dell’esplosione attuale della domanda. Per noi è stato in parte naturale, perché molti componenti utilizzati in questi farmaci sono legati agli amminoacidi, che fanno parte della storia industriale di Flamma. Abbiamo investito molto per accompagnare la crescita del mercato. È un trend destinato a proseguire, anche perché le big pharma stanno aumentando capacità produttiva e investimenti. Allo stesso tempo è un’evoluzione da osservare con attenzione: alcuni farmaci stanno uscendo dal perimetro tradizionale della terapia e si stanno avvicinando sempre di più al mondo del benessere.
Ci sono altri ambiti, come il veterinario, che potrebbero diventare interessanti per voi?
Il veterinario è certamente un mercato in crescita, ma richiede impianti separati e linee produttive dedicate rispetto ai farmaci per uso umano. Al momento non è una priorità per noi. Preferiamo concentrarci sui segmenti in cui siamo già posizionati e che stanno crescendo rapidamente. In questa fase non abbiamo bisogno di diversificare per crescere: dobbiamo seguire bene l’onda attuale, continuando a investire in capacità, qualità e tecnologia.