Nel mondo oggi ci sono 3.700 macchinari prodotti dall’azienda bergamasca, nata realizzando una tecnologia per rendere più semplice la lavorazione delle lenti. «L’India? Già presenti, ma deve sbloccare le sue potenzialità»
Quando un processo industriale consolidato si dimostra superabile, il vantaggio per chi lo fa per primo può durare decenni. È questo il caso di Mei System, azienda di Ponte San Pietro (BG) che forse non tutti conoscono ma che sta (nel senso più letterale) davanti agli occhi di milioni di persone e che ha trasformato una lavorazione considerata ai tempi già matura: il taglio delle lenti ottiche per adattarle alla montatura degli occhiali. La società è nata alla fine degli anni Novanta grazie a un «gruppo di amici dal forte spirito imprenditoriale» e si è fatta largo sul mercato realizzando un macchinario che l’ha portata a crescere e a dettare le condizioni della concorrenza: sono questi i tratti essenziali nel percorso di Mei, come racconta il general manager Rodolfo Scatigna.
La sua storia parte dal territorio: «Quel gruppo di amici era intenzionato a creare posti di lavoro qui e, non a caso, le prime lavorazioni conto terzi erano svolte per realtà locali». La svolta arriva quando un grande player del settore ottico commissiona all’azienda bergamasca una macchina per tagliare le lenti da sole: «Il risultato venne chiamato Sphera – ricorda Scatigna –. Fu lì che il fondatore e attuale presidente Stefano Sonzogni intuì le potenzialità del settore». L’applicazione passa dalle lenti da sole a quelle correttive e Mei conquista agevolmente il mercato «in assenza di una concorrenza strutturata». E anche il contesto materiale gioca un ruolo.
Il passaggio dalle lenti in vetro a quelle in plastica, infatti, aveva portato vantaggi tecnici evidenti: « L’infrangibilità, uno spessore ridotto a pari indice di rifrazione e dunque un peso minore, la possibilità di seguire la moda verso montature avvolgenti e, caratteristica non indifferente, un costo inferiore». Non aveva però comportato un cambio nelle tecnologie di lavorazione. Mei, invece, coglie la discontinuità del mercato e realizza qualcosa di nuovo: «Anziché una mola, Sphera usa una fresa per tagliare le lenti, senza bisogno di applicare alcun blocco meccanico. La lavorazione avviene a secco, senza acqua, e impiega pochi secondi anziché svariati minuti. Quando la lanciammo fu un salto notevole che permise a molti clienti di semplificare un processo prima complicato».
Quella soluzione tecnica è ancora oggi la ragione per cui Mei mantiene una posizione incontrastata nel proprio segmento: «Sul processo di taglio delle lenti, siamo tuttora leader di mercato – afferma il general manager –: quelli attivi in questo mondo non sono ancora riusciti ad arrivare a un livello tale da rappresentare davvero una concorrenza per noi». Da oltre cinque anni, tuttavia, l’azienda bergamasca non si accontenta più di presidiare quel perimetro e ha esteso il proprio portafoglio verso i macchinari per altre fasi della lavorazione delle lenti, segmenti in cui la situazione competitiva è capovolta.
«Entriamo in questo mercato da follower e per questo stiamo cercando di fare qualcosa di disruptive – aggiunge Scatigna –. Vogliamo diventare partner completi dei produttori di lenti, fornendo tutta la tecnologia necessaria per i loro laboratori». L’obiettivo è replicare la stessa logica del core business, coniugando «innovazione tecnologica e semplificazione dei processi consolidati dei clienti». La struttura che l’azienda ha costruito nel tempo riflette questa ambizione internazionale: oggi Mei conta circa 300 dipendenti nella sede bergamasca e altri 150 nelle filiali estere di Chicago, San Paolo, Bangalore, Tokyo e Hong Kong.
Circa cento dipendenti sono tecnici dedicati all’assistenza di un parco macchine che supera le 3.700 unità installate nel mondo. Perché, come specifica il general manager, «Mei nasce con un forte spirito internazionale», che guarda da sempre oltre i confini nazionali: «In Italia realizziamo meno del 4% del fatturato complessivo e in Europa meno del 17%». Il mercato principale è storicamente il Nord America, con oltre il 50% dei ricavi, ma la geografia commerciale si sta ridisegnando. «Lì il 2025 è stato un anno complesso. Di converso, abbiamo sperimentato una crescita inaspettata in Cina e i mercati Asia & Pacific sono arrivati a quasi il 30% dei ricavi».
E mentre in Europa «purtroppo la situazione è statica ormai da tempo» e il Sud America «conferma una crescita costante», Mei ha già messo piede in India: «È un mercato con un potenziale enorme, ma deve ancora partire: noi però abbiamo già aperto una filiale con cui cogliere i benefici che questa presenza ci porterà». Il tutto si è tradotto in un fatturato che dal 2018 al 2024 è cresciuto da 70,7 a 111,6 milioni, un Ebitda passato da 25,4 milioni (pari al 35,7% del fatturato) a oltre 31 milioni (il 27,5%) e un utile netto salito da 18,7 milioni a 21,9 milioni. Se lo scorso anno si è chiuso con un aumento di fatturato a 118,2 milioni e un consolidato di 137 milioni, anche per il 2026 l’obiettivo è mettere un segno più ai risultati: «Vogliamo crescere di qualche punto, grazie anche alla spinta dei nuovi prodotti con cui conquistare nuove fette di mercato e forti della nostra diversificazione geografica».
Un fattore che incide sulle prospettive è l’evoluzione tecnologica del prodotto che i clienti di Mei devono lavorare: gli smart glasses (occhiali capaci di proiettare sulle lenti lo schermo di uno smartphone) stanno spingendo i grandi player internazionali dell’elettronica a investire massicciamente. «Collaboriamo attivamente con tutti gli attori del mercato in questo momento e saremo al loro fianco quando la produzione diventerà di massa – afferma Scatigna –. Ci vorrà ancora qualche anno, ma già ora stiamo sviluppando insieme a loro le soluzioni più adatte. È un’evoluzione che non subiremo perché stiamo già toccando».
L’azienda ha affrontato e sta affrontando tutto questo anche tramite un miglioramento della propria governance: «La struttura è più che mai necessaria: proprio per questo – precisa Scatigna – sono entrato in Mei quattro anni fa». Tre gli obiettivi dichiarati del general manager: l’eccellenza del business, che «a volte significa anche saper rinunciare, perché è meglio dire di no che dire di sì e non dare il massimo», la centralità del cliente e la qualità dell’ambiente di lavoro. A tutto questo si aggiunge una fondazione con cui Mei ha elargito oltre 1 milione di euro in progetti a favore di persone in difficoltà: «L’ho scoperta alcuni mesi dopo essere arrivato in Mei», conclude con un sorriso lo stesso Scatigna. Un po’ come Mei stessa: poco nota fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori, eppure presente ogni giorno davanti agli occhi di tutti.