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Agugiaro & Figna affronta la volatilità del grano «con flessibilità». E guarda a nuove acquisizioni

Il gruppo molitorio parmense guidato da Alberto Figna tra materie prime e catene globali sempre più complesse: «Ogni elemento della filiera può diventare critico». E sui fondi: «Rischiano di distruggere valore»

Undici generazioni di mugnai e una sfida quotidiana contro la volatilità dei mercati globali. Alberto Figna guida Compagnia Generale Molini, il gruppo Agugiaro & Figna, storica realtà italiana diventata un punto di riferimento nel settore delle farine professionali per pizzerie, pasticcerie e panificazione. In uno scenario segnato da tensioni geopolitiche, instabilità delle materie prime e difficoltà logistiche, il presidente racconta come sta cambiando il mercato del grano, perché oggi è sempre più difficile crescere per acquisizioni e quali rischi vede nell’ingresso dei fondi finanziari nelle aziende familiari.

Qual è oggi lo scenario per un’azienda come Agugiaro & Figna, esposta sia all’importazione di materie prime sia ai mercati esteri?

Agugiaro & Figna fa un mestiere antico: quello del mugnaio. Maciniamo grano e produciamo farine, semilavorati e preparati per pasticcerie, pizzerie e altri operatori del settore. È un’attività che la mia famiglia porta avanti da generazioni. Oggi, però, lo scenario è estremamente complesso. La nostra azienda deve importare materie prime, perché l’Italia non ne produce a sufficienza, e allo stesso tempo deve esportare, anche per la complessità del mercato nazionale e per le dinamiche demografiche. Questo significa confrontarsi con condizioni che cambiano rapidamente: instabilità geopolitica, dazi, difficoltà logistiche, oscillazioni del cambio euro-dollaro. Il grano ha bisogno di porti, ferrovie, strade, camion e autisti e ogni elemento della catena può diventare critico. In quindici anni siamo passati da un mercato europeo protetto, con prezzi sostanzialmente stabili, a una volatilità molto forte. Oggi la priorità è garantire continuità negli approvvigionamenti, mantenere la qualità necessaria per i nostri stabilimenti e proteggere l’azienda dai rischi di mercato quando possibile.

In questo contesto di forte volatilità, quali sono le vostre attese per l’anno in corso?

Fare previsioni è difficile. Ci aspettavamo conseguenze importanti dai dazi americani, ma finora sono stati l’elemento che ha inciso meno sulle nostre vendite. Gli Stati Uniti rappresentano per noi un mercato relativamente piccolo e non abbiamo registrato contraccolpi significativi. La situazione resta comunque incerta, perché le misure commerciali cambiano spesso e non è sempre chiaro quale sarà l’impatto effettivo sugli importatori. In questa fase serve soprattutto mantenere grande flessibilità.

Come sta andando il mercato italiano, anche alla luce dei cambiamenti nei consumi fuori casa?

Il mercato italiano tiene. Non stiamo crescendo in modo rilevante, ma non stiamo nemmeno perdendo terreno; anzi, registriamo una crescita contenuta. A cambiare sono soprattutto le abitudini dei consumatori. Si va meno in pizzeria, ma aumenta l’ordine della pizza a domicilio e l’utilizzo di basi pronte. Questo spostamento dei consumi modifica gli equilibri del mercato e impone alle imprese di leggere con attenzione l’evoluzione della domanda.

Il settore molitorio resta frammentato: vede ancora spazio per aggregazioni?

Il settore resta molto frammentato e, purtroppo, non si è sviluppata una vera tendenza alle aggregazioni. Ventitré anni fa, con il mio socio Agugiaro, abbiamo realizzato un’operazione che speravamo potesse diventare un modello anche per altre aziende del comparto, ma così non è stato. Oggi assistiamo a una riduzione del numero delle imprese: le aziende più solide crescono, mentre molte microimprese familiari chiudono. In passato le chiusure erano legate soprattutto a motivi economici; oggi pesano anche la difficoltà di attrarre personale, la carenza di autisti e l’assenza di passaggio generazionale.

Perché è così difficile crescere attraverso acquisizioni nel vostro comparto?

Noi vorremmo crescere anche per linee esterne, ma le opportunità sono poche. Le aziende più interessanti sono spesso ancora saldamente in mano a famiglie che credono nel proprio business e non intendono cedere. Altre realtà, invece, diventano target di fondi finanziari, che talvolta possono permettersi valutazioni molto elevate, non sempre coerenti con il valore industriale dell’impresa. Per chi ragiona nel lungo periodo, questo rende le operazioni più complesse. Inoltre, nel nostro settore integrare un’azienda richiede tempi lunghi: ci sono impianti, silos, fabbricati, logistica e strutture produttive molto pesanti. Integrare i nostri stabilimenti di Parma, Padova e Perugia ha richiesto quindici anni.

La vostra solidità finanziaria vi consente di guardare a possibili acquisizioni?

La disponibilità finanziaria per valutare operazioni di crescita esterna c’è. Negli ultimi anni abbiamo anche rafforzato la struttura organizzativa dell’azienda, inserendo un Ceo esterno che ha contribuito a rendere la gestione più manageriale e più preparata a eventuali integrazioni. Oggi, quindi, saremmo nelle condizioni di affrontare un’acquisizione, ma finora non abbiamo trovato opportunità realmente coerenti con la nostra visione industriale di lungo periodo.

Che effetto sta avendo l’ingresso dei fondi finanziari nelle aziende familiari del settore?

Non ho una risposta definitiva, ma osservo un fenomeno significativo: nelle aree in cui abbiamo stabilimenti riceviamo sempre più candidature da persone qualificate provenienti da aziende familiari entrate in gruppi finanziari. È un segnale da leggere con attenzione. La mia impressione è che una logica basata sull’acquisto di un’azienda per rivenderla in pochi anni, puntando soprattutto sulla massimizzazione del moltiplicatore delle somme spese, rischi di distruggere valore nel lungo periodo. È una valutazione personale, ma credo che l’orizzonte industriale e quello finanziario non sempre coincidano.

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