L’azienda degli utensili professionali di Vignola ha anche approfittato del rallentamento congiunturale degli ultimi anni per rivedere il perimetro dei prodotti, puntando su linee di business a maggiore marginalità
Fondata nel 1978 a Vignola (MO), Fervi è una di quelle aziende che sembravano nate per restare medio-piccole e che invece, a un certo punto, hanno deciso di fare il salto di categoria, senza cambiare Dna. Storicamente specializzata in utensili e attrezzature professionali per officine, industria e manutenzione, da “officina di casa” dell’artigiano emiliano è diventata una piattaforma industriale con 5 società e oltre 160 dipendenti. Nel tempo il perimetro si è allargato con acquisizioni mirate – dalla modenese Ri-Flex Abrasives alla tedesca Vogel Germany, fino alla bolognese Rivit – integrate per rafforzare gamma e presenza sui mercati chiave. Il salto, però, è arrivato quando il gruppo ha affiancato alla tradizione una governance più muscolare, tra M&A selettiva e quotazione in Borsa nel 2018. Oggi, dopo il delisting, Fervi è tornata privata, ma molto più globale.
I numeri raccontano di una crescita solida, che è riuscita a sostenere le difficoltà congiunturali degli ultimi anni. Il fatturato consolidato è passato dai 24,1 milioni del 2018 ai 54,1 milioni del 2024, con un Cagr del 14,4%, mentre l’Ebitda è salito da 4,5 milioni a 7,3 milioni, pur scendendo percentualmente dal 18,5% al 13,4% dei ricavi. L’Ebitda medio 2022- 2024 si colloca attorno al 14%, con un rapporto Pfn/Ebitda medio pari a 0,81. L’utile netto è cresciuto da 1,8 a 2,7 milioni. L’anno migliore per l’azienda è stato il 2023: 56,4 milioni di ricavi, 8,2 milioni di Ebitda e 3,9 milioni di utile. Poi, la frenata.
Perché il contesto non è più quello dei cicli espansivi facili. L’industria europea rallenta, la domanda si assottiglia, Fervi soffre insieme all’intero comparto. E il 2025 non ha risparmiato nessuno. L’azienda di Vignola, però, ha scelto di sfruttare il momento di rallentamento per fare selezione. «Nel 2025 abbiamo rilevato una contrazione dei ricavi, da 54 a 49 milioni – spiega l’amministratore delegato Guido Greco –, ma il dato va letto insieme a una scelta precisa: abbiamo abbandonato linee di business marginali che creavano complessità gestionale e organizzativa».
Meno fatturato, quindi, ma più leggibilità del perimetro, più coerenza industriale e, sostiene l’ad, più margini. Per Greco non si tratta di tirare il freno d’emergenza, ma di preparare il terreno alla prossima crescita: «In un anno in cui il fatturato è calato di 5 milioni abbiamo comunque generato 5 milioni di cassa e manteniamo un patrimonio netto vicino ai 35 milioni. Il dato negativo è il calo delle vendite, ma si tratta di una frenata pilotata per ripartire su linee di prodotto più profittevoli».
Il baricentro della strategia guarda sempre più fuori dall’Italia. Oggi l’export sfiora il 30% del fatturato e l’obiettivo è alzare ulteriormente l’asticella, usando la geografia come assicurazione contro crisi differenziate: Europa meridionale come base, Nord Europa e Gran Bretagna come fronti di espansione, Turchia in accelerazione, Stati Uniti in crescita nonostante i dazi. Nel 2024, poi, l’azienda ha aggiunto un tassello decisivo con la filiale cinese: «Prima avevamo un time to market vicino ai 12 mesi nel Paese – racconta Greco – ma oggi si è ridotto grazie alla presenza in loco di nostro personale che segue scouting, test e verifiche pre-shipping». Meno distanza tra idea e scaffale, per un gruppo che vende oltre 22 mila articoli a 4.500 rivenditori italiani e più di 8 mila clienti in oltre sessanta Paesi.
Ma è nella gestione dell’oggi che emerge la torsione più netta. Con il conflitto tra Iran e Usa, i prezzi di materie prime come il rame sono saliti del 20-30% in pochi mesi, così come i noli marittimi, mentre l’incertezza normativa sull’iper ammortamento ha frenato il mercato interno. Fervi risponde con un dogma semplice: «Il nostro mantra è il controllo della marginalità di primo livello e dei costi fissi – sintetizza l’amministratore delegato – insieme a un’attenzione massima al circolante per avere risorse quando si presentano opportunità o quando i concorrenti sono più in difficoltà».
La stessa idea di “qualità della crescita” sta dietro al delisting. In Borsa Fervi ha ottenuto ciò che le serviva – visibilità, reputazione, attrattività verso talenti – ma l’Egm non è mai diventato il mercato liquido immaginato: «Abbiamo ritenuto opportuno uscire per avere più libertà operativa e non dover inseguire ogni tre mesi una crescita di fatturato oggi difficile da ipotizzare», spiega Greco.
Nel momento più difficile, il gruppo non ha smesso di investire, con diversi milioni allocati su nuove infrastrutture e nello showroom di Vignola, trasformato in un “teatro” dove raccontare le anime del gruppo – Fervi, Ri-Flex, Vogel Germany e Rivit – e spostare la discussione con i clienti dal prezzo al servizio. A fare da filo rosso c’è la digitalizzazione, gestita con la stessa prudenza selettiva del portafoglio prodotti: niente maxi-piattaforme, ma «cherry picking» di strumenti, anche di intelligenza artificiale, testati da un piccolo team interno e applicati a forecasting, controllo di gestione e ciclo di vita del prodotto.
Sul 2026 il lessico resta sempre quello della cautela: «Non vogliamo essere pessimisti, ma realisti», dice Greco. Il primo trimestre, nonostante le tensioni di febbraio e marzo, è in linea con l’anno precedente e la generazione di cassa prosegue, sostenuta da un piano triennale 2026-2028 che coinvolge tutte le funzioni aziendali. «Navighiamo a vista perché il contesto è incerto, ma sappiamo bene dove vogliamo andare», conclude l’ad. Anche sul dossier M&A: Fervi resta pronta a cogliere le opportunità, ma solo se coerenti con la disciplina che le ha permesso di trasformare una frenata ciclica in un esercizio di messa a punto.