
Nel laboratorio di Jesi dove nascono i kit diagnostici di Diatech Pharmacogenetics, la medicina di precisione non è solo una parola d’ordine scientifica ma un modello industriale. La società marchigiana, che conta oltre cento dipendenti e un opificio di circa 10 mila metri quadrati, è uno dei principali attori italiani nella diagnostica molecolare oncologica, con una presenza internazionale in forte espansione: una filiale in Germania, l’apertura imminente di una sede in Francia e un ulteriore presidio previsto in Spagna. A questo ora si affianca una nuova strategia: dopo aver acquisito il know-how di un’azienda tedesca uscita dal mercato, il gruppo ha infatti avviato un progetto per iniziare a produrre internamente alcune apparecchiature specializzate utilizzate nei processi di diagnostica molecolare.
Per capire come si è arrivati a questo punto occorre però fare un passo indietro. Le radici dell’azienda risalgono alla fine del secolo scorso, quando Diatech – la società originaria – inizia ad applicare le tecniche di analisi degli acidi nucleici alla diagnostica delle malattie infettive. Con l’ingresso nel settore di grandi multinazionali della diagnostica (come la svizzera Roche) il mercato inizia però a concentrarsi rapidamente. La compagnia decide allora di cambiare rotta: intorno al 2010 esce dal campo delle malattie infettive per applicare le stesse tecnologie alla genetica dei tumori. Da questa intuizione nasce nel 2011 Diatech Pharmacogenetics, spin-off dedicato allo studio delle varianti genetiche che influenzano la risposta ai farmaci antitumorali. «Tutti abbiamo un Dna diverso e anche il Dna delle cellule tumorali cambia continuamente – spiega Fabio Biondi, presidente e fondatore –. Per questo oggi non è più sufficiente osservare il tumore al microscopio: bisogna analizzarlo nella sua struttura molecolare».
La svolta coincide con l’emergere di quella che viene definita medicina di precisione. Negli ultimi quindici anni lo sviluppo di terapie mirate – farmaci capaci di colpire specifiche alterazioni genetiche delle cellule tumorali – ha trasformato l’approccio alla cura del cancro. Tuttavia queste terapie, spesso molto costose, funzionano solo in presenza di determinate mutazioni. «Una terapia oncologica di nuova generazione può costare anche 80 o 90 mila euro l’anno – osserva Biondi –. I nostri test permettono di sapere in anticipo se un paziente può beneficiarne o no».
Accanto alla società principale opera anche Diatech Labline, specializzata nella distribuzione di reagenti e strumenti per la biologia molecolare, oltre alla controllata Diatech Gene Synthesis, attiva nella ricerca biotecnologica e nella produzione di oligonucleotidi personalizzati. In Italia la presenza del marchio è particolarmente solida: «Circa 80 centri su 100 utilizzano esclusivamente le nostre soluzioni, mentre nei restanti 20 è comunque presente almeno una parte della nostra offerta. Questo ci rende un player estremamente radicato nel sistema nazionale. Il mercato del farmaco è gigantesco, ma quello in cui operiamo noi è molto piccolo».
Tra i concorrenti figurano, accanto ai colossi come la già citata Roche, anche Thermo Fisher Scientific e Illumina, «con cui però il rapporto è diverso: più che un competitor lo consideriamo un partner strategico. Loro sviluppano le piattaforme strumentali, noi i reagenti. Molto spesso arriviamo sul mercato in modo complementare, con soluzioni che si integrano tra loro».
Lato finanziario, i risultati testimoniano il percorso di crescita. Il fatturato di Diatech Pharmacogenetics è passato dai 9,8 milioni di euro del 2018 ai 39,5 milioni del 2024, con un tasso annuo composto superiore al 25%. Parallelamente, l’Ebitda è cresciuto da 2,8 milioni (il 28,9% del fatturato) a 18,5 milioni (ben il 46,2%), mentre l’utile netto è decuplicato: da 1,1 milioni a 11,1 milioni. Nel 2025, come anticipato dalla società, i ricavi hanno raggiunto i 48 milioni, mentre la controllata Labline ha registrato circa 12 milioni, per un fatturato complessivo di 60 milioni.
La strategia di sviluppo guarda soprattutto all’internazionalizzazione. Già oltre il 20% del giro d’affari proviene dall’estero, ma l’obiettivo è raddoppiare questa quota nel medio periodo. «Vogliamo arrivare al 50% di export e stiamo valutando anche un possibile ingresso negli Stati Uniti», conclude Biondi. Un’espansione sostenuta anche dall’ingresso nel capitale, nel 2023, del fondo internazionale Ta Associates, che ha rilevato la quota del precedente investitore Alto Partners lasciando comunque la maggioranza a fondatore e management.
Infine, come anticipato, si sta avviando un nuovo filone industriale legato alla produzione di alcune apparecchiature utilizzate nei processi diagnostici, oggi importate quasi esclusivamente dall’Asia. Attraverso Diatech Labline, infatti, è in fase di sviluppo una linea di strumenti da assemblare nel sito di Jesi, partendo anche dal know-how acquisito da un’azienda tedesca uscita dal mercato: «Abbiamo comprato la loro tecnologia per gli amplificatori di Dna, che verranno prodotti in Italia».