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Loacker a un passo dai 500 milioni. La «qualità senza compromessi» parte dalla filiera e arriva all’R&D

L’azienda diventata celebre per i suoi wafer ha una presenza commerciale in oltre 110 Paesi. Il 75% dei ricavi è generato all’estero, con gli Usa in testa. «Dopo i 489 milioni del 2025 puntiamo a un Cagr del 5-7% nel medio termine.

«Il sorriso che compare sulla faccia delle persone quando si parla di Loacker è il nostro miglior biglietto da visita». Ivo Allegretti, Business Director Italy della celebre azienda di wafer, lo dice prima ancora che l’intervista cominci, come a voler fissare da subito le coordinate entro cui muoversi. E in effetti la sua frase è una buona bussola: da una piccola pasticceria bolzanina fondata poco più di cent’anni fa, Loacker è arrivata a quasi mezzo miliardo di fatturato, a essere presente in oltre 110 Paesi e a entrare, lo scorso anno, nella Top 10 della classifica Best Growth Brand 2026 di Serviceplan Group e Nielsen Iq. Un percorso che per Allegretti ha da sempre un obiettivo preciso: «Garantire una qualità senza compromessi».

Tutto inizia nel 1925, quando Alfons Loacker apre la sua pasticceria nel centro di Bolzano, città entrata nell’allora Regno d’Italia da appena sei anni. Il prodotto destinato a diventare il cuore dell’azienda nasce quasi da un altro bisogno: «Alfons cercava qualcosa che potesse essere preparato in anticipo, mantenersi fresco e di qualità pur lasciandogli il tempo per la sua grande passione: il calcio», racconta Allegretti. Il wafer è la risposta. E la scelta di confezionarlo singolarmente rappresenta già una piccola innovazione, che svela una vocazione che si manifesterà negli anni seguenti: quella di coniugare rigore artigianale e logica industriale, senza che la seconda schiacci il primo.

L’innovazione sarà sempre di più una chiave per garantire quella «qualità senza compromessi». Negli anni Sessanta e Settanta la seconda generazione è fautrice di due novità: «Loacker – continua Allegretti – è stata la prima azienda a lanciare un formato snack con il packaging flessibile sigillato, poi diventato la norma del settore». La seconda è il trasferimento della produzione dal centro città ad Auna di Sotto (BZ), a mille metri di altezza, «davanti al monte Sciliar che ancora oggi campeggia nel logo aziendale». È da quella fabbrica in quota che parte l’espansione internazionale. Ma non basta: «Il lancio di un prodotto particolarmente apprezzato, i quadratini, ha imposto la necessità di disporre di nuova capacità produttiva e così è nato lo stabilimento di Heinfels, nel Tirolo Orientale austriaco».

Insomma, dalla montagna non si scende. «Siamo coscienti che Loacker è inserita in una comunità e attraversata dalle sue filiere», spiega Allegretti, che riconosce nell’attaccamento al territorio uno dei tratti identitari più forti dell’azienda e della famiglia che la guida. E anche questo ha a che fare con la «qualità senza compromessi»: «Per ottenerla, per esempio, è fondamentale il latte in polvere: noi produciamo questo ingrediente internamente all’impianto Dolomites Milk, realizzato in collaborazione con Brimi, approvvigionandoci del latte della regione alpina degli allevatori locali». Per competere nel mondo sono poi necessarie anche soluzioni logistiche “non in quota”, ma presidiare la materia prima è imprescindibile: e con la terza generazione Loacker, negli anni Duemila, la rotta si fa ancora più precisa e all’allargamento dei mercati si affianca la verticalizzazione della filiera.

L’azienda acquisisce noccioleti in Toscana e inizia a presidiare direttamente il cacao in Ecuador e Costa d’Avorio e la vaniglia in Madagascar, «seguendo un modello di sostenibilità e continuità che tuteli e permetta lo sviluppo dei territori e delle comunità da cui ci approvvigioniamo». Per questo, più che di «fornitori», Allegretti preferisce parlare di «partner»: «Cerchiamo relazioni solide e strutturate nel tempo, in alcuni casi affiancandoli con una presenza diretta». Una strategia preziosa, specie quando le tensioni geopolitiche rendono più fragili le supply chain: «Le nostre scelte pregresse ci permettono di affrontare questo momento con una struttura resiliente». Il prossimo tassello di questo percorso è la «candidatura per la certificazione B-Corp».

La «qualità senza compromessi» ha guidato anche le scelte aziendali nello sviluppo di attività di brand stretching. Nel 2022 Loacker ha avviato una partnership con Sammontana per entrare nel mercato dei gelati e più di recente con la cooperativa bolzanina Mila nel segmento degli yogurt. «Cercavamo partner che potessero garantire la qualità del prodotto, attenti alla ricerca delle materie prime, con un legame forte con il territorio e storie familiari forti», spiega Allegretti. La logica è quella di «aumentare le occasioni di consumo e la frequenza di contatto tra brand e consumatori», senza allontanarsi dalla coerenza valoriale che ha costruito la reputazione di Loacker. «Anche in futuro, eventuali nuove collaborazioni dovranno rispondere a questi requisiti», anticipa Allegretti.

I bilanci fissano in numeri questo percorso. Tra il 2018 e il 2024 i ricavi dell’intero gruppo sono cresciuti da 325 milioni a 460 milioni. Due anni fa, nonostante l’aumento dei costi delle materie prime, l’Ebitda si è attestato a 41,9 milioni (pari al 9,7% del fatturato netto) mentre l’utile netto a 10,3 milioni. Il 2025, aggiunge Allegretti, si è chiuso «con 489 milioni di ricavi e un consolidamento dell’Ebitda, condizionato in parte da variabili di costo che abbiamo mitigato lavorando sull’efficienza logistica e di spesa». L’obiettivo di medio termine è un «Cagr tra il 5 e il 7%»: «Puntiamo con decisione al mezzo miliardo – afferma Allegretti – e ai 100 milioni sul mercato italiano, che da solo pesa per il 25% dei ricavi. Naturalmente, quest’evoluzione è legata alla situazione geopolitica internazionale»

L’estero pesa infatti per il 75% del fatturato: «Il primo mercato per export sono gli Usa, cresciuti positivamente nel 2025 nonostante i dazi. Seguono poi Arabia Saudita, Israele e Cina. Oltre alla qualità, puntiamo su comunicazione e innovazione per intercettare queste possibilità di sviluppo». A consolidare questo percorso arriverà il Technology Center, il cui cantiere è stato avviato a marzo. Non un semplice ampliamento produttivo, ma un hub con tre anime: «La Creative Kitchen, dedicata alla sperimentazione di innovazioni culinarie nel lungo periodo; il laboratorio di Ricerca e Sviluppo, focalizzato su nuove idee di prodotto e formati inediti; e un centro tecnico per lo sviluppo dei nostri stessi macchinari, in continuità con una tradizione di autosufficienza tecnologica che è parte del nostro Dna». Perché, conclude Allegretti, «innovazione, qualità e sostenibilità sono presupposti fondamentali per competere sui mercati globali e generare una crescita sempre più strutturata ed efficace».

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