
A Gragnano in Val Trebbia, nella campagna piacentina, esiste una Little India. Una comunità di lavoratori che, nell’ecosistema di Lattegra e delle aziende agricole Fugazza, tiene accesa la luce della stalla quando la manodopera scarseggia. «È quello che mi salva, sia nella stalla che nel caseificio», spiega il titolare (e vicepresidente del Consorzio Grana Padano) Giacomo Fugazza, che da anni ha scelto di investire su una squadra stabile di mungitori e addetti di origine indiana.
Il punto di partenza è una presa di consapevolezza: «Trovare personale qualificato è un grande problema, mancano figure disposte a lavorare in stalla. Ed è ancora più complesso nel settore della mungitura, dove si lavora ogni singolo giorno dell’anno, con turni che vanno dal pomeriggio fino alle tre di notte». Qui entrano in gioco i lavoratori di origine indiana, che per tradizione religiosa considerano la vacca un animale sacro e hanno quindi una naturale familiarità con il lavoro a stretto contatto con le bovine.
Per rendere il loro lavoro un po’ meno gravoso Lattegra ha spinto sulla meccanizzazione di alcuni processi e ha riconvertito le vecchie case coloniche in piccoli appartamenti per i collaboratori. Perché dietro questa organizzazione c’è una storia che viene da lontano. «Siamo agricoltori dal primo Ottocento e quest’impronta è rimasta anche in me», sottolinea l’imprenditore. Da questa radice Lattegra ha costruito la sua crescita: nel 1996 il nuovo caseificio e il primo magazzino di stagionatura da 78 mila forme, nel 2005 l’ampliamento fino a 138 mila, nel 2021 la nuova stalla da circa 3.000 capi, ovvero 1600 capi in mungitura, poi ulteriormente ampliata. Oggi il caseificio trasforma circa 2.500 ettolitri di latte al giorno e produce 180 mila forme annue di Grana Padano, con una quota di latte “di casa” in continuo aumento e oggi nell’ordine del 13-15%.
Le parole chiave della strategia di Lattegra sono sostanzialmente quattro: filiera a chilometro zero. «Produciamo latte e trasformiamo Grana Padano», sintetizza Fugazza, che finora, rispetto a una strategia internazionale, ha privilegiato il rapporto con grossisti e grande distribuzione. Per il prossimo futuro, però, si prepara al salto sull’export, guardando con interesse agli Stati Uniti – «i dazi non hanno interessato direttamente il Grana Padano e quel mercato rimane particolarmente vivace», dice – e ad altre destinazioni extraeuropee, dove la concorrenza è meno affollata.
Il fatturato è salito dai 51,6 milioni del 2018 ai 100,8 del 2024, con un Cagr dell’11,8% e un Ebitda che è complessivamente passato da 6,5 milioni (12,5% dei ricavi) a 12,2 milioni (18,9% dei ricavi). In parallelo, l’utile è più che triplicato, passando da 3,9 milioni a 12,2 milioni. L’Ebitda medio sulle annualità del 2022-2023-2024 si è attestato al 15,8%, mentre il rapporto Pfn/Ebitda medio sullo stesso periodo è risultato pari a -1,76. Il 2025, secondo Fugazza, si è chiuso con un fatturato «sempre attorno ai 100 milioni» e un utile «in linea con l’anno precedente, attorno ai 15 milioni prima delle tasse». Risultati dunque solidi, anche in un contesto volatile.
Perché la parte meno visibile di questa storia è quella che riguarda i prezzi. Dopo una fase di corsa, il ciclo di latte e grana ha cambiato segno. «Dopo l’estate scorsa ci sono state deteriorazioni molto importanti. La produzione di Grana Padano è aumentata molto e quindi le quotazioni sono scese. Lo stesso è successo con la produzione di latte», osserva Fugazza. Un vero e proprio «tracollo dei prezzi», con livelli a inizio 2026 «così bassi» da non avere precedenti nelle serie storiche dell’azienda. Sul fronte del Grana Padano, dopo i picchi degli anni passati, le quotazioni stanno rientrando, in un mercato che tuttavia l’imprenditore definisce «molto nervoso», condizionato da un eccesso di offerta e da una forte incertezza internazionale.
Per un trasformatore potrebbe sembrare una situazione favorevole, ma la chiave di lettura di Fugazza è opposta: «L’ideale sarebbe che tutta la filiera abbia una certa remunerazione, perché quando si genera malcontento si creano anche tensioni e queste variazioni di prezzo finiscono col riverberarsi lungo l’intera filiera». Il latte spot, oggi, è «bassissimo» e «decisamente sottocosto». E lo scenario futuro, per quanto incerto, guarda almeno «a qualche mese ancora di sofferenza», prima che l’equilibrio domanda-offerta si ricomponga con una riduzione della produzione o, più brutalmente, con la chiusura di stalle e realtà più piccole. In questo contesto, infatti, si accentua la selezione per dimensione: il costo di gestione di una stalla può variare «anche del 30%» tra strutture piccole, medie e grandi, con i soggetti più strutturati che riescono a reggere meglio gli urti dei cicli di prezzo.