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Mutti: «Vinto grazie alla qualità». Lavazza: «Decisivi i manager»

Il racconto di Mutti e Lavazza. L’arte di crescere nelle crisi

Quando parliamo di campioni nazionali il pensiero va a chi rappresenta, in ogni settore, il best in class. Ma quando parliamo di Champions ci verrebbe da dire che non sono tutti uguali. Non una graduatoria, ma una diversa dislocazione nel tempo: imprese che hanno trovato, in passato, una collocazione nella fascia di fatturato 30-500 milioni di euro ma che, grazie a piani di crescita che non hanno escluso il gettare il cuore nell’ostacolo, hanno davvero compiuto un importante balzo in avanti, in termini qualitativi e quantitativi.

E due di queste ex Champions sono venute a raccontare la loro storia sul palcoscenico di Palazzo Mezzanotte. Entrambe nel settore agroalimentare, con importanti storie e tradizione familiari alle spalle. Si tratta di Mutti e di Lavazza, ormai sinonimi di pomodoro e caffè in tutto il mondo.

Francesco Mutti è partito, nella sua narrazione, dal 1994. E l’ha presa alla lontana, dallo scenario macro. In quell’anno il deficit Pil – oggi incubo, pena procedure d’infrazione Ue – aveva toccato il 9,4%. Erano anni difficili: lira sotto attacco, due anni prima svalutazione e prelievo forzoso. Certo, export favorito alla grande, ma entro i confini era tutto meno che facile. Cominciavano a nascere i discount per tenere a bada le spinte inflazionistiche. Scenario non esilarante, soprattutto per chi si occupava di una commodity base come il pomodoro.

Ma se è vero che “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, ecco che in casa Mutti si decide di rivoluzionare il business. Nel 1994 Francesco Mutti – oggi signore brizzolato – era un giovane imprenditore che prende in mano le redini dell’azienda. Con il suo arrivo, l’azienda decide di cambiare rotta abbandonando la competizione basata esclusivamente sul prezzo per puntare tutto sulla qualità superiore e sulla valorizzazione del marchio.

Strategia vincente e pagante. Lo dichiara con orgoglio: «Oggi 18 milioni di famiglie acquistano Mutti». La quota di mercato è superiore a un terzo e continua a crescere. Ma i buoni risultati non si fermano qui. Oggi, in Europa, i primi tre competitor dell’azienda della provincia di Parma hanno meno della metà della sua market share.

Nel 2008 il gruppo di Montechiarugolo è leader in Italia e decide di avviare l’inevitabile processo di internazionalizzazione. La prima tappa è la Francia, ma lo sbarco non è facile. Negli anni 2016-2017 conquista la leadership nei mercati del Nord.

Nel periodo che va dal 2016 al 2024 Mutti raddoppia le vendite in Italia, ma il business domestico, quanto a incidenza sul fatturato globale, scende dal 60 al 39%. Tradotto: se crescono i ricavi vuol dire che, nel frattempo, vola l’export. Il tutto anche in presenza di fattori di crisi, tra cui Francesco Mutti ricorda l’epoca del Covid, quando il prezzo della materia prima – il banale pomodoro da sugo – esplose letteralmente: più 60%.

L’incertezza, sottolinea l’imprenditore, non fa bene al sistema economico. Verissimo, ma non potendo né prevederla né annullarla vince chi ha non solo la flessibilità, ma anche l’agilità per resistere, adottare – in velocità – strategie alternative o di adattamento, facendo anche ricorso al pensiero laterale: creatività e originalità, anche nel prodotto più semplice, possono fare la differenza.

Quanto a materie prime lievitate a dismisura, ne sa qualcosa Giuseppe Lavazza, presidente dal 2023 dell’omonimo gruppo torinese che, nel 2024, ha realizzato un fatturato complessivo di 3,35 miliardi di euro. E lo ha ricordato ieri: «Ci siamo trovati di fronte a rincari del 320% per il caffè di qualità Robusta e del 230% per l’Arabica. Sui conti dell’azienda hanno pesato per ben un miliardo in più per l’acquisto della materia prima».

Cifre da far tremare le vene ai polsi se non si è preparati. Ma la Lavazza aveva già conosciuto un annus horribilis nel 2010, con conti tutt’altro che soddisfacenti. Di lì la decisione di affidarsi a un Ceo esterno, Antonio Baravalle – ancora con loro – che sta guidando il gruppo in un percorso di crescita sui mercati internazionali anche con presenze dirette, ad esempio negli Usa.

«Oggi la famiglia – dice Lavazza con understatement tutto piemontese – è nel Cda ma lavora più di prima». E racconta che una sola cosa è vietata al loro Ceo: cambiare la composizione dei prodotti. Come dargli torto, del resto? Il suo sarà sempre il caffè che «più lo mandi giù più ti tira su».

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