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Vernazza porta le maxi gru dal porto di Varazze fino ai cantieri d’Europa

Fondata nel 1946, l’azienda ligure è cresciuta dai sollevamenti industriali alla logistica, trasformando un’ex centrale in un hub da 300mila metri quadrati. «Operare in Liguria è complesso, ma restare qui è una scelta di appartenenza»

Ottant’anni di storia, gru gigantesche, cantieri internazionali e un’ex centrale a carbone trasformata in un polo logistico da 300 mila metri quadrati. Vernazza Autogru è una delle realtà simbolo della logistica e del sollevamento industriale in Liguria, nata nel dopoguerra a Varazze e oggi attiva in tutta Europa. A raccontarne l’evoluzione è Giulia Vernazza, terza generazione dell’azienda di famiglia e responsabile del polo logistico di Vado Ligure, protagonista di un progetto di riconversione industriale che intreccia infrastrutture, sostenibilità ed economia circolare.

Giulia Vernazza, l’azienda porta il suo cognome e lei rappresenta la terza generazione. Ci racconta come nasce questa realtà e quali sono stati i passaggi più importanti della sua crescita?

La nostra azienda nasce nel 1946 da un’intuizione di mio nonno e di mia nonna, come soccorso stradale con officina a Varazze, nel Savonese. Da lì mio nonno comprese l’esigenza, vicino al porto turistico, di effettuare i primi sollevamenti di imbarcazioni, adattando mezzi militari alle attività di sollevamento. È così che è nato il nostro primo settore, quello navale e nautico, nel quale operiamo ancora oggi. Nel 1981 mio nonno venne a mancare prematuramente e l’azienda passò ai suoi tre figli, tuttora presenti in azienda: con loro iniziò una fase di forte crescita, sostenuta da importanti investimenti nel parco mezzi. Nel 2005 entrò in flotta quella che allora era la più grande autogru telescopica d’Italia, da 800 tonnellate. Dal 2012 gestiamo l’allestimento e il disallestimento del Salone Nautico di Genova, nel 2014 siamo intervenuti nel recupero del treno deragliato ad Andora e dal 2018 abbiamo avviato l’espansione internazionale, con sedi in Svizzera, Bulgaria e soprattutto in Francia, oggi nostro secondo mercato più importante, con presenze operative a Nizza, Cannes e Montecarlo.

La pandemia ha rappresentato un momento di svolta. In che modo avete affrontato quella fase?

Durante il periodo pandemico abbiamo vissuto una contrazione significativa del lavoro: in quei mesi il principale cantiere operativo per noi fu quello legato al Ponte Morandi. Proprio allora abbiamo iniziato a guardare a nuovi orizzonti e a nuove linee di business, individuando nella logistica un settore strategico. Nel 2020 abbiamo acquisito un’ex centrale termoelettrica a carbone tra Vado Ligure e Quiliano, in provincia di Savona: un’area di circa 300 mila metri quadrati. Cercavamo da tempo uno spazio adeguato per le nostre attrezzature e per il parco mezzi, ma volevamo restare in Liguria, dove l’azienda è nata e cresciuta. Da lì è partito un grande progetto di riconversione industriale.

Recuperare un’ex centrale dismessa non deve essere stato semplice. Perché avete scelto questa strada invece di costruire altrove?

È stata soprattutto una scelta di appartenenza territoriale. Fare logistica, trasporto e sollevamento in Liguria è complesso, soprattutto per la conformazione del nostro territorio, ma volevamo continuare a investire qui. È stato anche un atto di coraggio: abbiamo acquisito l’area il 6 marzo 2020 e tre giorni dopo, con il lockdown, non potevamo nemmeno accedervi. Quando finalmente siamo ripartiti, abbiamo iniziato il lavoro di demolizione e smantellamento della centrale, riconvertendo molte professionalità interne. All’inizio eravamo in due persone nel cantiere, oggi sono coinvolti circa sessanta collaboratori e contiamo più di 1.000 accessi giornalieri. In cinque anni abbiamo demolito 300 mila metri quadrati di impianti.

Da quell’operazione è nato anche un progetto di economia circolare. Come si è sviluppato?

Ci siamo resi conto che, accanto alla demolizione, esisteva la possibilità di valorizzare tutto ciò che veniva smontato. Abbiamo quindi lavorato sulla commercializzazione dei materiali recuperati, dando vita a un importante progetto di economia circolare che ci ha consentito, già nel 2021, di recuperare il costo iniziale sostenuto per l’acquisto dell’area. Il forte aumento del valore delle materie prime nel post-pandemia ha sicuramente favorito questa dinamica, ma è stato altrettanto importante saper cogliere rapidamente le opportunità offerte da un mercato in profondo cambiamento.

Oggi il polo logistico di Vado Ligure rappresenta uno snodo strategico per l’azienda. Quali vantaggi vi ha portato?

Il polo logistico ci ha consentito innanzitutto di centralizzare tutta l’operatività: oggi tutte le attrezzature e tutte le gru partono da Vado Ligure. La vicinanza al porto rappresenta un vantaggio strategico perché ci permette di imbarcare rapidamente i mezzi e trasferirli presso i cantieri dei clienti in tutta Europa. Noi abbiamo sempre investito, anche nei momenti di crisi; anzi, spesso è proprio nelle fasi più difficili che scegliamo di investire maggiormente, perché crediamo che l’economia sia ciclica e che dopo i periodi più complessi arrivi sempre una ripartenza. L’importante è farsi trovare pronti.

Dal punto di vista tecnologico, come sta cambiando il vostro settore?

Negli anni siamo passati dal movimentare carichi relativamente piccoli a gestire tonnellaggi sempre più elevati. Oggi il mercato richiede tempi rapidi e componenti preassemblati sempre più grandi: anche le gru devono quindi evolversi, con capacità di sollevamento superiori e dimensioni più compatte. Per noi questo è fondamentale, perché muoversi in Liguria con autogru di grandi dimensioni è estremamente complesso: ci sono tratte autostradali percorribili soltanto in determinati giorni e spesso nelle ore notturne o nei weekend. Serve quindi una pianificazione molto accurata. Anche tecnologia e automazione stanno entrando sempre di più nel settore, ma il tema centrale resta quello delle infrastrutture: la Liguria ha grandi potenzialità, ma servono investimenti su strade, ferrovie e collegamenti con i retroporti. Un porto moderno e automatizzato non basta se manca una rete infrastrutturale efficiente alle sue spalle.

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