L’azienda attiva nel biomedicale nata a Salsomaggiore, cresce tra distribuzione e produzione e
accelera con l’acquisizione di Pic. L’ingresso in farmacia apre nuovi mercati e ridisegna il modello,
riducendo il peso del Servizio sanitario nazionale
Nel cuore di uno dei distretti biomedicali più avanzati al mondo, tra l’Emilia e il Mirandolese,
prende forma la traiettoria di crescita di Theras: una realtà giovane ma già protagonista in un
settore dominato da colossi globali. In poco più di un decennio, l’azienda ha attraversato una
fase di avvio complessa, ha costruito competenze produttive interne e ha avviato un
percorso di managerializzazione che oggi la proietta verso nuovi mercati e nuove sfide. A
raccontare questa evoluzione è Federico Ferrari, amministratore delegato.
Cosa fa Theras?
Theras opera nel comparto biomedicale. È un’azienda nata quindici anni fa a Salsomaggiore,
all’interno di un distretto molto rilevante: l’area emiliana fino al Mirandolese rappresenta
uno dei principali distretti biomedicali al mondo, secondo per dimensione dopo la Silicon
Valley. L’azienda è giovane e la sua storia può essere divisa in tre fasi. La prima, dal 2011 al
2014, è stata una fase di sopravvivenza in un settore dominato da grandi player globali. La
seconda fase, dal 2014-2015 fino alla pandemia, ha visto un ampliamento della catena del
valore: da azienda orientata alla distribuzione, Theras ha iniziato a investire in sviluppo,
progettazione e certificazione, assumendo il ruolo di produttore di dispositivi medici. La
terza fase, tra il 2019 e il periodo post Covid, è stata caratterizzata dalla managerializzazione
e dalla riorganizzazione interna, necessarie per sostenere una crescita molto rapida. Questo
ha portato alla definizione di una strategia industriale di lungo periodo.
Qual è il vostro modello produttivo? Siete produttori o distributori?
Theras ha un modello diversificato. Per alcuni prodotti opera come distributore, quindi
immette sul mercato dispositivi sviluppati da altri, portando in Italia il meglio della
tecnologia mondiale. Per altri prodotti, invece, è direttamente produttore. In ambito diabete,
che rappresenta il core originario dell’azienda, i prodotti sono attualmente in distribuzione.
Nel tempo sono state sviluppate nuove progettualità, tra cui una divisione legata alla
gestione del peso, che rientra nell’ambito dei dispositivi medici.
Che tipo di dispositivi sviluppate per la gestione del peso?
Il dispositivo sviluppato non è un farmaco. Si tratta di un dispositivo ingeribile a base di
materiali assorbenti che, una volta nello stomaco, inglobano acqua e aumentano di volume,
andando così ad occupare spazio. Questo processo induce sazietà precoce e favorisce la
perdita di peso, distinguendosi quindi dai farmaci utilizzati per dimagrire.
Quanto pesa la produzione interna sul fatturato?
Attualmente la produzione interna rappresenta circa il 15-20% del fatturato. Rimane ancora
una forte componente distributiva, ma questa proporzione è destinata a cambiare con la
recente acquisizione di Pic Solution, presente nel canale farmacia con diverse linee di
prodotti.
Le partnership con grandi player hanno inciso sulla vostra crescita?
Le partnership con player internazionali sono state e restano un elemento centrale del
modello di business. Allo stesso tempo, l’azienda ha progressivamente lavorato per
diversificare i propri canali e ridurre la dipendenza da singoli interlocutori, costruendo un
posizionamento più diretto sul mercato e maggiore autonomia strategica.
Chi sono i vostri competitor?
Theras compete principalmente con player globali, spesso multinazionali con presenza
anche in Italia. Esistono poche realtà italiane con dimensioni comparabili e questo rende
l’azienda un partner attrattivo per operatori internazionali che cercano una struttura locale
per entrare nel mercato italiano.
Quanto è stato importante il servizio nello sviluppo dell’azienda?
Il servizio è una leva fondamentale. La tecnologia permette di entrare nel mercato, ma la
permanenza dipende dalla qualità del servizio. Per questo Theras ha investito molto nel
supporto sia ai pazienti sia ai professionisti sanitari. Un esempio è la piattaforma digitale
sviluppata durante il Covid, che consente formazione e assistenza a distanza sull’utilizzo dei
dispositivi. Questo strumento ha permesso di continuare a seguire i pazienti anche quando
non era possibile accedere agli ospedali.
Qual è stato il senso strategico dell’acquisizione recente?
L’acquisizione ha aperto due direttrici fondamentali. Da un lato, ha consentito l’ingresso nel
canale farmacia, permettendo di uscire dalla dipendenza dal Servizio sanitario nazionale
come unico cliente. Dall’altro, ha accelerato il processo di internazionalizzazione, grazie alla
presenza dell’azienda acquisita in circa sessanta Paesi.
Entrare nel canale farmacia non rischia di ridurre la marginalità?
Il rischio esiste, perché il canale farmacia ha marginalità inferiori rispetto a quello
ospedaliero. Tuttavia, la scelta è stata fatta con una logica strategica: diversificare il modello
di business e ridurre la dipendenza da un unico cliente. Gli indicatori economici sono
importanti, ma non rappresentano l’obiettivo finale; contano soprattutto la sostenibilità e la
coerenza del progetto industriale.
Esiste una competenza specifica italiana nel biomedicale?
Sì, esiste una competenza specifica, legata sia al know-how sia ai processi produttivi. Il
distretto emiliano è un punto di riferimento globale e offre un ecosistema favorevole allo
sviluppo. Inoltre, i processi produttivi italiani garantiscono standard qualitativi elevati,
particolarmente rilevanti nel settore dei dispositivi medici.