L’azienda modenese nasce dalla frantumazione di inerti del fiume Panaro ed è oggi un gruppo attivo tra cave, asfalti, calcestruzzi e cantieri stradali, che copre l’intero ciclo, secondo una logica di integrazione verticale
Lungo la provinciale che sale da Castel del Rio (BO) verso l’Appennino bolognese, tra scarpate ancora segnate dalle frane del maggio 2023 lavorano da mesi anche i mezzi di Frantoio Fondovalle. L’azienda di Marano sul Panaro (MO), mandataria della cordata di imprese incaricata del ripristino della Sp 610 e della Sp 15 “Bordona”, è una delle tante realtà emiliane coinvolte nella ricostruzione post-alluvione, al fianco di consorzi impegnati anche nel rifacimento degli argini di fiumi come il Panaro, il Reno e il Samoggia. È solo l’ultimo capitolo di un mestiere che l’azienda pratica da oltre sessant’anni: fornire i materiali e le competenze per costruire e riparare le infrastrutture del territorio.
Il nome, per chi non conosce l’azienda, potrebbe generare un equivoco: non c’è alcun legame con le olive, ma con la roccia. “Frantoio” indica infatti l’impianto che frantuma quell’insieme di materiali pietrosi definito tecnicamente “materiale litoide”, mentre “Fondovalle” richiama la posizione dello stabilimento originario, sul fondo della valle del Panaro, in località Casona di Marano. È lì che nel 1964 Luigi Lucchi avvia l’attività di estrazione e frantumazione degli inerti provenienti dal fiume, destinati alle costruzioni dell’Alta Valle del Panaro, allora un mercato circoscritto a poche vallate dell’Appennino modenese.
Negli anni Novanta, terminati gli studi, in azienda entrano i figli Stefano e Claudia Lucchi, che ancora oggi la guidano. Sotto la loro conduzione l’impresa ha ampliato il proprio raggio d’azione: dapprima costruendo sinergie e acquisendo realtà del settore fino a coprire diverse aree della regione, poi, a partire dagli anni Duemila, sviluppando anche un’impresa stradale attiva su scala nazionale, accanto alla tradizionale attività di produzione.
Oggi Frantoio Fondovalle è a capo di un gruppo che comprende Rio Beton, specializzata nei calcestruzzi preconfezionati e nei misti cementati, C.e.a.g, che si occupa di attività estrattive, della lavorazione di materiali inerti e della produzione di calcestruzzo e asfalti, Fraut, che gestisce la logistica e i trasporti anche per conto terzi, Viachem, dedicata allo sviluppo di additivi chimici per il settore stradale, e Lu.Me., attiva nelle energie rinnovabili. Un assetto costruito per coprire l’intero ciclo, dall’estrazione della materia prima alla realizzazione delle opere, secondo una logica di integrazione verticale non del tutto estranea ad altre imprese del comparto delle costruzioni.
Il cuore produttivo del gruppo resta la rete di cave e impianti distribuiti tra le province di Modena, Bologna e Reggio Emilia, da cui escono conglomerati bituminosi, conglomerati cementizi, misti cementati e materiali riciclati. Su questa base si è innestata, dai primi anni Duemila, l’attività di impresa vera e propria: manutenzione e costruzione di strade e autostrade, ponti, viadotti e gallerie, interventi su aeroporti e interporti, opere idrauliche e di consolidamento dei versanti, fino ai lavori di somma urgenza dopo calamità naturali. Un ventaglio di competenze che ha permesso all’azienda di ottenere l’attestazione Soa necessaria per i lavori pubblici, l’iscrizione alla White List (il registro pubblico che include i fornitori, i prestatori di servizi e gli esecutori di lavori non esposti a rischi di infiltrazione mafiosa) della Prefettura di Modena e, da ultimo, il rinnovo nel settembre del 2024 del rating di legalità con il punteggio massimo.
Non solo, però. Quello stesso ventaglio di competenze ha permesso al gruppo di passare, tra il 2018 e il 2024, da 61,2 milioni a 149,3 milioni. In parallelo, l’Ebitda è cresciuto da 9 milioni (pari al 14,5% del fatturato) a 33,6 milioni (il 22%) e l’utile netto da 3,9 milioni a 20,3 milioni. A spingere i ricavi degli ultimi esercizi ha contribuito in misura significativa la mole di cantieri aperti dopo l’alluvione che nel maggio di tre anni fa ha colpito l’Emilia-Romagna: il piano di ricostruzione prevede oltre 4,5 miliardi di interventi diluiti su un orizzonte di oltre un decennio. Parte di questi riguarda proprio il ripristino di strade provinciali, argini e scarpate nelle aree più colpite dell’Appennino emiliano, dove Frantoio Fondovalle opera come mandataria di diverse cordate d’impresa.
Il comparto in cui è attiva l’azienda, quello dell’estrazione di inerti e della produzione di conglomerati per l’edilizia e le infrastrutture, resta in Italia frammentato tra una miriade di operatori a scala provinciale o regionale, spesso legati a un numero limitato di cave e impianti, accanto a gruppi cementieri di dimensione maggiore attivi soprattutto a valle, nella produzione di calcestruzzo. La competizione si gioca in gran parte sulle gare pubbliche. Pesano poi variabili strutturali come la difficoltà di ottenere e rinnovare le concessioni di cava, la pressione sui costi energetici degli impianti di produzione e l’obbligo crescente di reimpiegare materiale riciclato nei conglomerati bituminosi, in linea con capitolati pubblici sempre più stringenti sul fronte ambientale.
Su quest’ultimo fronte il gruppo ha investito da tempo, dotando alcuni impianti (tra cui quello di Bologna, riqualificato alla fine dello scorso decennio) di tecnologie capaci di alzare le percentuali di fresato reimpiegabile nella produzione di asfalto e di ridurre l’impatto acustico e ambientale sui centri abitati. Alla produzione di materiali si affianca, tramite Lu.Me, un fronte più recente di diversificazione verso le energie rinnovabili. Frantoio Fondovalle resta però un gruppo che continua a muoversi soprattutto tra estrazione, produzione e cantiere, mantenendo il proprio baricentro nell’Appennino modenese da cui tutto è partito, con il fiume Panaro sullo sfondo.
È il 1964 quando Luigi Lucchi avvia a Marano sul Panaro (MO) l’estrazione e la frantumazione di inerti dal fiume Panaro per le costruzioni dell’Alta Valle. Dagli anni Novanta l’azienda è guidata dai figli Stefano e Claudia Lucchi, che ne hanno esteso l’attività a tutta la regione e, con l’impresa stradale, a tutto il territorio nazionale. Il gruppo comprende anche Rio Beton (calcestruzzi), Fraut (logistica), Viachem (additivi chimici) e Lu.Me. (rinnovabili) ed è iscritta alla White List della Prefettura di Modena.