Dalla componentistica automotive ai truck e al movimento terra. Paolo Bentivoglio, chief procurement officer: «Il vantaggio competitivo nasce dalla capacità di riposizionarsi, investire sulle competenze e tecnologie»
In un settore attraversato da transizioni tecnologiche, regolatorie e produttive, il punto non è soltanto introdurre nuovi strumenti, ma capire chi saprà usarli per creare valore. È da qui che parte Paolo Bentivoglio, chief procurement officer di Streparava, gruppo attivo nell’automotive e nei settori collegati. Per lui la Manifattura 5.0 non è una formula astratta: è il terreno su cui competenze, attitudine al cambiamento, produttività e capacità manageriale decidono la tenuta delle imprese.
Partiamo da Streparava: che azienda è e qual è il suo ruolo nel gruppo?
Streparava può essere definita una multinazionale tascabile: il gruppo ha raggiunto circa 350 milioni di euro di fatturato, conta 1.200 persone e una decina di stabilimenti tra Italia ed estero, con presenze in India, Brasile e Spagna. Operiamo nell’automotive, ma non tanto nell’auto di massa: siamo concentrati soprattutto sui settori collegati, dai veicoli commerciali ai truck, dal movimento terra alle luxury car, comparti che seguono logiche molto diverse dalla produzione standardizzata delle grandi serie. Io mi occupo di procurement e, più in generale, di supply chain: un ruolo determinante per Streparava, che fornisce componenti e sistemi direttamente ai principali costruttori mondiali. Proprio perché l’azienda acquista circa l’80-85% di quello che fattura, la gestione degli approvvigionamenti e della filiera è centrale.
Che cosa significa, dal vostro punto di vista, parlare di Manifattura 5.0?
Per noi uno dei fattori determinanti della Manifattura 5.0 è l’integrazione tra tecnologia e persone. Automazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale sono strumenti già disponibili in molti casi; ciò che fa davvero la differenza sono le competenze di chi deve usarli. La tecnologia, da sola, non basta: serve un fattore umano capace di accoglierla, comprenderla e sfruttarla nel modo corretto. Chi non resta al passo, non si forma e non sviluppa le competenze necessarie per utilizzare le nuove tecnologie rischia di fare sempre più fatica a rimanere competitivo.
L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una minaccia per il lavoro. È davvero così?
Non credo che sarà l’intelligenza artificiale, di per sé, a togliere posti di lavoro. A fare la differenza saranno le persone capaci di utilizzarla: saranno loro, semmai, a togliere spazio a chi non sarà in grado di adeguarsi. È un passaggio importante, perché sposta il tema dalla paura dello strumento alla responsabilità della formazione. Le tecnologie evolvono, ma il punto decisivo resta la capacità delle persone di aggiornare le proprie competenze e di trasformare questi strumenti in valore per l’azienda.
Quanto conta la capacità di adattarsi in un settore attraversato da cambiamenti così profondi?
Conta moltissimo, perché oggi le aziende si trovano di fronte a cambiamenti anche esterni, che modificano equilibri ai quali erano abituate. In questi casi non si può aspettare che il mercato torni com’era prima: bisogna sapersi riposizionare. Questo vale in modo particolare per l’automotive europeo, un settore colpito duramente da regolamenti, normative e trasformazioni di mercato. L’automotive che ricordiamo non tornerà più, né in Italia né in Europa. Per questo non basta chiedere che le condizioni precedenti vengano ripristinate: bisogna trovare nuove strade, fare altro e costruire un nuovo equilibrio. È questa l’attitudine che serve oggi alle persone e alle imprese: un mindset dinamico, positivo e capace di affrontare il cambiamento senza restare fermo ad attendere il ritorno del passato.
Come si riconoscono le competenze giuste dentro un’organizzazione?
Le competenze giuste sono quelle coerenti con le sfide che l’azienda deve affrontare. Non basta inserire persone preparate in senso generale: bisogna capire se hanno le caratteristiche, le attitudini e la capacità di evolvere insieme al mercato. Le imprese devono produrre risultati, quindi è fondamentale saper riconoscere, attrarre e valorizzare chi può contribuire davvero alla crescita dell’organizzazione. Questo significa investire sulle persone, ma anche essere consapevoli che non tutti i profili sono adatti a qualunque ruolo o a qualunque fase di sviluppo aziendale.
Come cambia il ruolo del manager?
Va superato il modello del manager che assegna compiti, controlla e presidia ogni passaggio. Non basta chiedere alle persone di essere più autonome, dinamiche e orientate al risultato se poi l’organizzazione continua a gestirle con logiche superate. Oggi chi guida un team deve essere più vicino a un coach: delegare, responsabilizzare, coinvolgere, ascoltare e creare le condizioni perché le persone si sentano parte del percorso aziendale. L’obiettivo è trasformarle da semplici esecutori di attività a responsabili di risultati. Questo richiede anche al manager di mettersi in discussione per primo: non si può chiedere cambiamento agli altri senza cambiare il proprio modo di guidare l’organizzazione.
Perché la produttività è un nodo centrale per la manifattura italiana?
La produttività è ciò che consente alle imprese di generare più valore e di sostenere investimenti in tecnologia, organizzazione e persone. Senza un aumento della produttività, diventa difficile migliorare la competitività del sistema manifatturiero e creare le condizioni per riconoscere in modo adeguato le competenze. È un terreno sul quale le imprese possono intervenire direttamente, al netto delle misure che spettano alle istituzioni.
Quanto pesa, in questo senso, la dimensione delle imprese?
Pesa molto. Il tessuto produttivo italiano è composto in larga parte da realtà molto piccole, che spesso hanno minori possibilità di investire, strutturarsi e competere sul mercato del lavoro. Il punto non è crescere per dimensione fine a se stessa, ma superare una frammentazione che rischia di limitare la capacità delle aziende di innovare, attrarre competenze e affrontare mercati sempre più complessi.
Che cosa significa tutto questo per l’attrazione dei talenti?
Significa che la capacità di trattenere le persone migliori e attirarne di nuove dipende anche dalla solidità dell’impresa. Aziende più produttive e strutturate possono offrire percorsi di crescita, riconoscere meglio le competenze e investire con continuità nello sviluppo delle persone. Se questo non avviene, il rischio è perdere profili qualificati a favore di mercati più competitivi.