La storica realtà dell’abbigliamento protettivo applica la tecnologia per proteggere il corpo dei piloti di MotoGp, Formula 1, Wec e ciclisti nel downhill. Nel 2025 l’azienda ha registrato Ebitda e utili in crescita
In MotoGp basta un errore di pochi millimetri perché una curva si trasformi in una caduta a oltre 200 chilometri orari. È anche su questo confine sottilissimo tra prestazione e incidente che Alpinestars ha costruito, nel tempo, la propria identità: partendo da una bottega di scarponi ad Asolo e arrivando a sviluppare tute, protezioni e airbag elettronici per i piloti delle competizioni più avanzate.
La traiettoria dell’azienda trevigiana racconta una trasformazione industriale rara: il sapere artigiano del distretto calzaturiero convertito, stagione dopo stagione, in tecnologia applicata al corpo umano. Oggi Alpinestars è presente nei box della MotoGp e della Formula 1, nei percorsi della Dakar, nelle gare di motocross e nel Wec (World Endurance Championship). Ma all’origine non c’erano sensori, algoritmi o materiali ignifughi. C’erano cuoio, suole e scarponi da montagna.
A fondarla, nel 1963, è Sante Mazzarolo, artigiano di Asolo cresciuto alle pendici del Monte Grappa, dentro un territorio che aveva fatto della calzatura sportiva una specializzazione industriale. I primi prodotti sono scarponi da montagna ed equipaggiamento da sci, sulla scia delle imprese sorte nel vicino distretto montebellunese. Anche il nome guarda verso l’alto: Alpinestars è la traduzione inglese di stelle alpine, il fiore che resiste alle condizioni delle alte quote.
La prima deviazione dalla montagna arriva tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Il motocross è ancora una disciplina giovane, spettacolare e poco attrezzata. Le moto diventano più potenti, i salti più impegnativi, mentre gli stivali utilizzati dai piloti restano spesso adattamenti di calzature nate per altri scopi. Mazzarolo individua lo spazio lasciato vuoto dal mercato e sviluppa uno stivale progettato espressamente per l’off road.
È il passaggio che cambia la storia dell’azienda. La competenza del calzolaio viene applicata a un problema nuovo: non soltanto sostenere il piede, ma proteggerlo da urti, torsioni, calore e abrasioni. Le collaborazioni con piloti di primo piano e i titoli mondiali conquistati da campioni come Roger De Coster trasformano gli stivali di Asolo in una presenza riconoscibile nel motocross internazionale. Negli anni Settanta e Ottanta Alpinestars segue i motori dalla terra all’asfalto. Dopo il fuoristrada arrivano le gare di velocità e i Grand Prix, con piloti come Kenny Roberts.
Nel 1986 Gabriele Mazzarolo fonda Alpinestars Usa in California, primo passo strutturato verso una presenza diretta fuori dall’Europa. Il mercato nordamericano, centrale per motocross, supercross e sport d’azione, diventa uno dei principali laboratori commerciali del marchio. Alla base veneta si affianca una rete internazionale che negli anni successivi raggiungerà anche Los Angeles, Tokyo e Bangkok.
Il catalogo si allarga nel 1990, quando Alpinestars entra nei diversi segmenti dell’abbigliamento protettivo per motociclisti. Agli stivali si aggiungono guanti, giacche e tute in pelle. Dal 1992 il marchio entra anche nelle corse automobilistiche, spinto dalla passione di Gabriele Mazzarolo per la Formula 1. La società comincia a sviluppare tute e calzature ignifughe per i piloti, trasferendo nel mondo delle quattro ruote il metodo affinato sulle moto. Cambiano i rischi e i materiali, ma non la logica: progettare il capo a partire dall’incidente possibile.
Dal 1999 prende forma una nuova fase con lo sviluppo delle tute in pelle per le competizioni su strada, dalla Superbike al Motomondiale. Il reparto racing diventa il nucleo più sofisticato dell’organizzazione. Qui vengono realizzati capi su misura, sviluppate soluzioni contro abrasione e impatti e raccolte indicazioni direttamente dai piloti. Nicky Hayden, Troy Corser, Carlos Checa e Pecco Bagnaia sono alcuni dei campioni che hanno corso con prodotti Alpinestars. La pista funziona come un reparto di ricerca senza pareti. Ogni caduta mette alla prova una cucitura, ogni incendio verifica la resistenza di un tessuto, ogni limitazione nei movimenti costringe a ripensare volumi e materiali.
Da questa impostazione nasce nel 2001 lo sviluppo di Tech Air, il sistema airbag elettronico per motociclisti. Attraverso sensori e algoritmi, il dispositivo analizza i movimenti del corpo e riconosce la dinamica di una caduta, attivando l’airbag prima dell’impatto. È un salto concettuale significativo. La protezione non interviene più soltanto dopo l’incidente, resistendo all’urto, ma prova a leggere ciò che sta per accadere.
Tech Air è diventato nel tempo una delle piattaforme tecnologiche centrali dell’azienda, utilizzata nelle competizioni e declinata anche per l’impiego su strada. Attorno ad essa Alpinestars ha costruito un’offerta che comprende tute, giacche, pantaloni, guanti, stivali, paraschiena, pettorali e protezioni integrate per motociclismo, automobilismo e mountain bike.
Nel settore auto il gruppo produce tute in Nomex, guanti, scarpe e intimo tecnico resistenti al calore e omologati per categorie come Formula 1, Wec, Nascar, IndyCar e rally. Nelle due ruote serve MotoGP, motocross, enduro, Superbike e rally raid. Nel ciclismo si concentra soprattutto sulle discipline gravity, mentre la linea sportswear porta loghi, tagli e riferimenti racing su felpe, t-shirt, sneakers e accessori destinati all’uso quotidiano.
I risultati recenti sul piano economico confermano la solidità del percorso intrapreso. Dal 2018 al 2024 i ricavi di Alpinestars sono passati da 184,7 a 287,7 milioni di euro, con un tasso annuo composto (Cagr) del 7,7%. Nello stesso periodo l’Ebitda è salito da 9,4 a 27 milioni di euro, con un margine passato dal 4,9% al 9,1%. Parallelamente, l’utile netto è aumentato da 2,9 a 6,1 milioni di euro. Nel 2025 il gruppo ha ulteriormente accelerato la crescita, portando i ricavi a 339,6 milioni di euro, l’Ebitda a 45,4 milioni (margine del 13,1%) e l’utile netto a 19,5 milioni di euro.