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Dalla vetta il panorama è globale. Maglificio Gran Sasso vede l’estero. Nel 2025 raggiunti gli 80 milioni

Il marchio abruzzese di capi pregiati punta a espandersi sul mercato statunitense ma guarda anche a Emirati Arabi e Giappone. «In un’epoca in cui si parla tanto di Ai, noi rivendichiamo l’intelligenza artigianale»

C’è chi un debito lo salda in contanti e chi invece, nel 1952, si ritrova con un carico di macchine per maglieria da restituire e decide che tanto vale usarle. È più o meno la genesi di Maglificio Gran Sasso, nata per caso a Sant’Egidio alla Vibrata, paese abruzzese vicino al confine marchigiano, quando i quattro fratelli Di Stefano – Nello, Eraldo, Alceo e Francesco, fino ad allora commercianti di mercato – trasformano un garage in una maglieria da uomo. Settantaquattro anni dopo, quel garage è diventato un gruppo da 80 milioni di fatturato, presente in 40 Paesi con oltre 2 mila clienti internazionali.

Negli anni Settanta l’azienda compie il salto da bottega familiare a industria vera e propria, consolidandosi prima sul mercato italiano e poi su quello estero, senza mai abbandonare la ricerca per la qualità dei filati e la cura artigianale del capo. Nel 2002 arriva il colpo dimensionale: un nuovo complesso da 36 mila metri quadrati a Sant’Egidio alla Vibrata, firmato dall’architetto Guido Canali. A fare da motore dell’espansione contribuisce anche il progressivo ammodernamento degli impianti, con il passaggio dalle prime macchine manuali ai moderni telai di produzione giapponese. Tre anni dopo apre l’opificio di Roseto degli Abruzzi (TE), ricavato dal recupero di un’antica fornace per mattoni e dedicato alla tessitura su telai Cotton, ampliando ulteriormente la capacità produttiva e la gamma di lavorazioni disponibili, mentre l’azienda si dota anche di una tintoria industriale interna.

Il nome, va detto, non è casuale: dagli stabilimenti si vede il Corno Grande, la vetta più alta dell’Appennino, e quella montagna resta il riferimento identitario di un’azienda che rivendica un legame quasi ombelicale con il territorio abruzzese. Il core business resta la maglieria uomo e donna di fascia medio-alta, lavorata con filati naturali pregiati (come lana, cashmere e cotone) e affiancata da una linea di casual coordinato. L’offerta spazia dai grandi classici della knitwear, come pullover girocollo, scollo a V, dolcevita, cardigan, gilet e polo in maglia, fino a t-shirt strutturate, giacche in maglia, pantaloni e camicie coordinate. Accanto alla consolidata linea uomo, negli ultimi anni è cresciuta anche la collezione donna, con capi pensati per un utilizzo quotidiano ma caratterizzati da un’estetica essenziale e raffinata.

Oggi il gruppo, che nel 2022 ha festeggiato settant’anni, conta circa 400 dipendenti diretti, che diventano 2.500 considerando l’indotto, per una produzione che supera il milione di capi l’anno, guidata dalla seconda e terza generazione della famiglia Di Stefano: segno di un cognome che resta una sorta di sigillo di garanzia. Sul fronte export, che attualmente vale tra il 60 e il 70% della produzione, «l’Europa resta l’area più importante – come spiega Carlo Di Stefano, brand manager della società –. In particolare contano molto il Nord Europa, la Germania, la Francia, la Spagna e il Regno Unito». Altre aree strategiche sono Giappone, Stati Uniti e Russia, mercati su cui l’azienda vuole spingere: «Negli Stati Uniti vorremmo un po’ rafforzare la nostra presenza perché è un Paese che potrebbe dare più soddisfazione di quante attualmente ne sta dando. Lo stesso vale per il Giappone». Sul tavolo c’è anche l’ipotesi retail, con richieste che arrivano da mercati finora scoperti: «Ci stanno chiedendo da molte parti l’apertura di negozi, per esempio negli Emirati Arabi. Al momento stiamo sondando questa possibilità».

Dopo un exploit nel post-Covid, il 2024 è stato un anno di assestamento sul piano dei risultati economici, complici i rincari delle materie prime che hanno morso i margini di tutto il settore. Dal 2018 al 2024, a ogni modo, i conti parlano da soli: i ricavi sono passati da 51 a 78,7 milioni, con un tasso annuo composto (Cagr) del 7,5%. Nello stesso periodo l’Ebitda è salito da 4,5 a 12,6 milioni, con un margine passato dall’8,6% al 15,7%, mentre l’utile netto è balzato da 2,1 a 8,2 milioni. Il 2025 ha confermato la tenuta, con un fatturato salito a circa 80 milioni ed Ebitda e utili in linea con l’anno precedente, mentre il 2026 è partito con il piede giusto: «La stagione invernale è andata bene, abbiamo registrato un segno positivo. Nei primi sei mesi siamo cresciuti indicativamente intorno al 6-7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente».

A tenere insieme crescita, margini e identità è anche un modo piuttosto concreto di intendere la modernizzazione. Non proclami, ma investimenti: «Macchinari nuovi, processi più digitali, formazione, controllo della filiera». Gran Sasso si muove dentro questo equilibrio, cercando di aggiornare produzione e organizzazione senza trasformare la tecnologia in una religione aziendale: «Restiamo, prima di tutto, artigiani – conclude Di Stefano –. In un’epoca in cui si parla tanto di intelligenza artificiale, noi rivendichiamo un altro tipo di intelligenza: quella artigianale. Naturalmente l’Ia è un valido supporto, ben venga la tecnologia. Però oggi saper coniugare tradizione e innovazione è il vero segreto che ha permesso all’azienda di essere riconosciuta in tutto il mondo».

L’azienda
Tutto comincia in Abruzzo nel 1952, quando un debito saldato in maniera insolita porta i quattro fratelli Di Stefano a reinventarsi. Commercianti ambulanti fino a quel giorno, decidono di riconvertire un vecchio garage avviando la produzione di maglieria da uomo. Negli anni Settanta la piccola bottega di paese compie la svolta industriale, ampliando i volumi. Nel 2002 l’attività si sposta nel nuovo stabilimento da 36 mila metri quadri progettato da Guido Canali, a cui segue nel 2005 il recupero di un’antica fornace a Roseto (TE).

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