L’amministratore unico Colombo: «Il Qatar prima valeva 4 milioni, ora dobbiamo compensare con Arabia Saudita e Algeria. Nel 2025 siamo cresciuti e in quest’anno incerto dobbiamo consolidare quanto fatto»
L’escalation in Medio Oriente ha avuto un costo misurabile per molti e in particolare per chi, come Sifem International, opera nel procurement al servizio del settore dell’oil & gas. L’azienda di Sesto San Giovanni (MI), specializzata nell’approvvigionamento di materiali, attrezzature e servizi per le grandi società petrolifere, lo sa bene: gli attacchi che hanno colpito gli impianti in Qatar hanno ridotto in pochi mesi un mercato che per l’azienda «valeva 4 milioni all’anno a uno che, nel 2026, difficilmente supererà gli 1,5 milioni: e la ripartenza non sarà rapida». Ad affermarlo è Marco Colombo, amministratore unico e socio fondatore della stessa Sifem, che avverte: «Gli impianti sono stati danneggiati parecchio e richiederanno almeno un anno dalla fine delle ostilità per riprendere la produzione a regime».
Per ora a compensare il calo in Qatar sono Algeria e Arabia Saudita, mercati in cui Sifem è presente direttamente e che stanno performando bene. Non è la prima volta, però, che l’azienda milanese si trova a dover riequilibrare la geografia dei propri ricavi: nel 2011, infatti, quando le Primavere Arabe hanno cominciato a destabilizzare il Nord Africa, il 90% del fatturato proveniva dalla Libia. «Ci siamo trovati in un momento di forte criticità – ricorda Colombo –. Per fortuna eravamo sufficientemente patrimonializzati e, non avendo mai distribuito dividendi, avevamo ossigeno per andare avanti». Fu proprio quella crisi a spingere l’azienda ad allargare il proprio perimetro geografico, cercando opportunità in altri Paesi. Oggi quella scelta si è rivelata di nuovo determinante: «Con la diversificazione dei mercati cerchiamo di recuperare quello che perdiamo soprattutto in Qatar».
Guardando ai numeri, infatti, il fatturato dell’azienda è passato dai 12,9 milioni del 2018 ai 33,1 milioni del 2024, con un Ebitda che in parallelo è cresciuto da 860 mila euro (pari al 6,7% dei ricavi) a 3,6 milioni (il 10,8%) e un utile netto che è salito da 566 mila euro a 2,5 milioni. Il 2025 è stato un altro esercizio con il segno più davanti: 34,3 milioni di fatturato, 3,9 milioni di Ebitda (con una marginalità dell’11,5%) e quasi 2,8 milioni di utile. Se quindi lo scorso è stato (di nuovo) un anno di crescita per Sifem, per il 2026 l’obiettivo è quello di «consolidare quello che abbiamo fatto nel 2025». Una prudenza dettata dai «chiari di luna delle situazioni geopolitiche in giro per il mondo», ma anche dalla «solidità finanziaria che ci permette di non dipendere dal credito bancario». Oggi Sifem conta circa 45 persone e presidia geograficamente Italia, Libia, Egitto, Arabia Saudita, dove la filiale è operativa dall’inizio dell’anno con risultati che il fondatore definisce «rincuoranti», e infine l’Algeria, grazie a un ufficio che «proprio in questo periodo stiamo cercando di strutturare al meglio». Quest’ultimo Stato è considerato strategico anche alla luce dei nuovi progetti che stanno
partendo attraverso i colossi Eni e Saipem.
Il rapporto con Saipem, del resto, è uno dei cardini del posizionamento di Sifem sul mercato globale. Con il gruppo che pesa «più del 30% sul fatturato aziendale» l’azienda con base a Sesto San Giovanni ha di recente stipulato un cooperation agreement che ha aperto l’accesso a filiali del colosso dell’impiantistica con cui in precedenza Sifem non lavorava: «Loro seguono progetti in Indonesia, Egitto, Nigeria, Sud America – precisa Colombo – e questo ci consente di entrare con loro in questi mercati e farci un nome in loco». Anche perché il fronte competitivo è articolato: «In Italia i nostri concorrenti sono più piccoli di noi. Fuori dai confini, invece, in Inghilterra operano aziende di consistenza analoga alla nostra, mentre in Germania il principale competitor ha il doppio delle nostre dimensioni».
Il vantaggio con cui Sifem si oppone a questi avversari sta nella sua «velocità, garantita da un sistema informatico evoluto di ricerca dei prodotti», come individua l’amministratore unico. Un’infrastruttura tecnologica che si è raffinata in risposta agli shock che hanno seguito la pandemia del 2020 e che hanno costretto l’azienda milanese (come tante altre) a diversificare le fonti di approvvigionamento: «Il covid ha impresso una sterzata al nostro mondo, perché con le difficoltà di approvvigionamento che dovevamo affrontare per servire il cliente abbiamo imparato a diversificare meglio». Il risultato è oggi una catena di fornitura resiliente, capace di rispondere anche a gare «che scadono in 48 ore», come specifica Colombo.
L’instabilità geopolitica, del resto, non è una novità per Sifem ma anzi è quasi una costante con cui l’azienda convive da quando ha iniziato a operare. E la Libia ne è l’esempio più emblematico forse: è lì che ha mosso i primi passi internazionali, è lì che è cresciuta fino a diventare il primo player del Paese nel procurement, con ricavi che all’epoca toccavano i 10 milioni. Oggi quel mercato ne vale 3, eroso da anni di tensioni politiche interne e dall’arrivo di nuovi competitor turchi. Eppure Colombo non archivia questo capitolo: «La Libia rimane il nostro “primo amore”, quello da cui tutto è iniziato – conclude –. Abbiamo già un nome nel Paese, perciò confido che appena si calmerà la situazione tra Est e Ovest ritorneremo a fare business importanti». Una prospettiva condizionata, come spesso succede nel mondo dell’oil & gas, da dinamiche che si decidono ben al di là dei confini aziendali.