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Dalla produzione alle farmacie. Unifarco cresce e si radica integrando tutta la filiera

Cinque punti vendita usati come osservatorio dei consumi, investimenti tra Bellunese e Trevigiano e attenzione alle farmacie indipendenti. Per il presidente Corvi «senza presidio sanitario il territorio si impoverisce»

Nata oltre quarant’anni fa nel Bellunese, Unifarco è oggi una delle principali realtà italiane nel settore della cosmetica, della nutrizione e dei servizi per la farmacia. L’azienda, che ha sede a Santa Giustina ed è presente anche a Villorba con il polo dedicato alla produzione degli integratori, ha costruito il proprio sviluppo su un modello di business basato su un progetto di integrazione della filiera. Unifarco supervisiona infatti l’intera catena del valore: dalla selezione delle materie prime alla produzione, dal confezionamento fino alla gestione diretta di alcune farmacie utilizzate come laboratorio di innovazione e ascolto del mercato. Ne abbiamo parlato con il presidente Luigi Corvi.

Unifarco è una realtà molto conosciuta nel vostro settore, ma raccontiamola a chi magari non la conosce: come nasce l’azienda?

La storia di Unifarco nasce 44 anni fa. Provengo da una famiglia che da undici generazioni opera nel mondo della farmacia e anch’io ho iniziato come farmacista. A un certo punto, però, è emersa una forte spinta imprenditoriale: l’idea era quella di costruire qualcosa per i farmacisti. I due soci fondatori iniziarono producendo cosmetici per la farmacia, con il marchio del farmacista. Da lì è partito un percorso di crescita che ha portato progressivamente all’ampliamento dell’offerta: integrazione alimentare, nutrizione, prodotti personalizzati per le singole farmacie e, successivamente, marchi proprietari. Oggi Unifarco conta brand importanti: Farmacisti Preparatori, Ceramol, Biomalife, Dolomia, MyCli, Keylife e GenAge.

La vostra forza sembra essere anche l’integrazione di filiera. Quanto conta?

L’integrazione di filiera è uno degli elementi centrali del nostro modello. Abbiamo internalizzato diverse fasi produttive: dalla plastica alla produzione cosmetica, fino a una parte significativa dell’integrazione alimentare. A questo si aggiunge la proprietà di cinque farmacie, che per noi rappresentano un vero laboratorio sul territorio. Ci permettono di comprendere meglio i bisogni del farmacista e del consumatore finale, di verificare l’efficacia dei prodotti e di capire quali servizi possano davvero generare valore. Un modo per restare dentro il mercato reale e comprenderne fino in fondo le dinamiche. Le farmacie ci consentono di osservare direttamente l’evoluzione dei bisogni, sia del farmacista sia del cliente finale.

Uno dei grandi temi del vostro settore è quello delle aggregazioni tra farmacie. Da una parte ci sono i fondi, dall’altra grandi gruppi industriali. Come vede questa evoluzione?

Il rischio è che alcune aggregazioni, invece di creare valore, finiscano per impoverire il ruolo della farmacia. La farmacia, infatti, non può essere considerata soltanto un punto di distribuzione del farmaco: il suo valore sta anche nella funzione di presidio sanitario sul territorio e nella centralità del farmacista nel rapporto con i cittadini. Per questo guardiamo con favore alle farmacie indipendenti e abbiamo sviluppato un network specializzato proprio per sostenerle e valorizzarne il ruolo. Allo stesso tempo, i grandi gruppi restano per noi interlocutori commerciali importanti: se un operatore gestisce centinaia di farmacie ed è interessato ai nostri marchi, diventa naturalmente un partner. Il tema centrale, però, riguarda l’equilibrio del sistema nel suo complesso. Il legislatore deve riconoscere concretamente il valore della farmacia come presidio territoriale. Se alle farmacie vengono richiesti servizi aggiuntivi e attività sul campo, questi devono essere remunerati in modo adeguato. Anche perché in Italia esistono poche reti con una presenza così capillare sul territorio.

Unifarco è fortemente legata al Bellunese, un’area che storicamente ha vissuto anche il fenomeno dell’emigrazione. Quanto conta oggi il legame con il territorio?

Il rapporto con il territorio è fondamentale. Unifarco ragionava già in termini di sostenibilità e responsabilità sociale prima ancora che parole come Esg entrassero nel linguaggio comune. Siamo profondamente legati al Bellunese e all’idea di contribuire alla crescita delle persone che vivono in quest’area. È un territorio che in passato ha conosciuto una forte emigrazione e, anche per questo, restituire valore alla comunità è sempre stato per noi un obiettivo importante. Allo stesso tempo, alcune scelte di sviluppo sono state necessarie. La presenza a Villorba risponde anche all’esigenza di accedere a un bacino più ampio e attrattivo. La provincia di Treviso offre numeri e opportunità diversi rispetto all’area bellunese, dove la capacità di attrarre talenti è più limitata.

Quanto pesa oggi la ricerca e sviluppo nel vostro modello?

Una componente decisiva. Su circa 700 dipendenti, 60 lavorano in quest’area. Collaboriamo molto con il mondo universitario. Da oltre dieci anni abbiamo uno spin off con l’Università di Padova, che ci consente di mantenere un rapporto continuativo con la ricerca accademica e di intercettare giovani talenti. Abbiamo inoltre collaborazioni con altre università italiane ed europee, in una prospettiva sempre più internazionale.

Anche per voi il tema del personale è diventato decisivo?

Sì, ed è un tema trasversale. Riguarda sia le figure operative sia quelle più specialistiche, dalla logistica alla ricerca e sviluppo. Alcune attività possono essere automatizzate, altre richiedono competenze e sensibilità che restano difficili da sostituire. La capacità di attrarre e trattenere persone qualificate è oggi uno dei fattori più importanti per sostenere la crescita. Per questo abbiamo investito molto su welfare, qualità dell’ambiente di lavoro, attenzione alle persone.

State già sperimentando l’intelligenza artificiale?

Sì, ma il primo passaggio è la mappatura dei processi. Senza una conoscenza precisa dei processi aziendali è difficile pensare di utilizzare l’intelligenza artificiale in modo efficace. Stiamo lavorando su diversi ambiti: dalle attività d’ufficio alla ricerca e sviluppo, fino all’industrializzazione. Proprio l’industrializzazione è un tema cruciale per noi, perché passare da una produzione di pochi chili a una produzione su scala molto più ampia comporta complessità tecniche rilevanti. In questo senso l’intelligenza artificiale può diventare un acceleratore importante, soprattutto nella gestione della complessità e nell’ottimizzazione dei passaggi produttivi.

 

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