Nata sulla riviera romagnola negli anni Settanta, l’azienda è specializzata in prodotti fotografici
personalizzati distribuiti specie tramite e-commerce. Nel 2025 l’Ebitda ha raggiunto i 5,2 milioni e
l’utile i 3,3 milioni
Immaginate una spiaggia della Riviera Romagnola a metà degli anni Sessanta. Un uomo
arriva con un cucciolo di leone al guinzaglio, accompagnato da due nani. La gente si accalca,
ride, si stupisce. Poi si mette in fila per una foto. Non è la scena di un film di Federico Fellini,
ma il racconto di un’intuizione: quella che avrebbe dato origine a PhotoSì. «L’azienda nasce
da una coppia, i miei genitori», racconta oggi Andrea Mainetti, Ceo del gruppo. «Facevano i
fotografi d’estate. D’inverno chiudevano e aspettavano la stagione successiva».
Il punto di svolta arriva nel 1965, quando il padre – dopo aver visto al circo la folla mettersi in
fila per fotografarsi con un leoncino appena nato – decide di replicare l’idea. Prende in
prestito l’animale dal proprietario, Nando Orfei, lo porta in spiaggia e costruisce un piccolo
spettacolo itinerante che attira clienti e curiosità. È una sorta di marketing esperienziale,
quando ancora il termine non esisteva. Quella vena creativa resta il tratto distintivo anche
negli anni successivi. Ma nel 1973, con il divieto di utilizzare animali per questo tipo di
attività, il modello va ripensato: nasce così a Riccione il laboratorio Suprem, fondato da
Basilio Mainetti e attivo nella stampa fotografica conto terzi per i professionisti della Riviera.
È l’inizio di una trasformazione radicale: dalla fotografia “in presa diretta” alla costruzione di
una filiera industriale.
Tra gli anni Ottanta e Novanta l’azienda cresce insieme al mercato analogico.
L’organizzazione è rigida: ritiro dei rullini la sera, sviluppo e stampa durante la notte,
consegna il mattino successivo. «Lavoravamo di notte per essere più veloci», ricorda
Mainetti. Il modello funziona e si scala: l’azienda apre stabilimenti a Mestre (VE) e Guidonia
Montecelio (RM), arrivando a coprire l’intero territorio nazionale. Poi arriva la crisi. L’inizio
degli anni Duemila coincide con la diffusione della fotografia digitale e con il crollo di
un’intera industria: «Chiusero giganti come Polaroid. E anche noi andammo in crisi». Il
problema non è solo tecnologico, ma culturale: le foto non si stampano più, restano nelle
fotocamere o vengono trasferite nei computer. Per molti operatori storici è la fine: per
Suprem è invece il momento di una seconda intuizione.
La risposta passa da un cambio di paradigma: non più solo stampa, ma prodotti. Fotolibri,
calendari, quadri, oggetti personalizzati. Nel 2006 nasce ufficialmente PhotoSì e prende
forma un modello che integra tecnologia, produzione e distribuzione. Nei negozi arrivano i
chioschi digitali: il cliente inserisce la pendrive, seleziona le immagini, ordina. Il backend è
centralizzato, la produzione resta interna. È qui che si struttura uno degli elementi distintivi
dell’azienda: un modello ibrido che tiene insieme online e fisico. Da un lato il sito di e-
commerce e, dal 2012, un’app mobile tra le prime al mondo nel settore, dall’altro una rete
capillare di punti vendita partner: dai fotonegozianti alla grande distribuzione organizzata –
insegne come Conad, Coop ed Esselunga – che diventano terminali di ritiro e pagamento. Un
ecosistema che riduce le barriere all’acquisto e mantiene traffico nei negozi.
Il passaggio dal B2B al B2C segna un ulteriore cambio di paradigma: «Bisogna imparare a
gestire una customer base, a fare comunicazione, a lavorare sulla user experience». PhotoSì
costruisce progressivamente una struttura digitale: una struttura content factory (una
produzione di massa e ad alta velocità di contenuti digitali, ndr.), team marketing, sviluppo
software. La stampa resta il cuore industriale, ma è sempre più integrata con la dimensione
di piattaforma. Oggi i prodotti di punta sono i fotolibri e le decorazioni per pareti/il wall
decor. Il fotolibro, in particolare, diventa uno strumento di narrazione: non più una semplice
raccolta di immagini, ma la costruzione di una storia, un passaggio coerente con l’evoluzione
del consumo fotografico, sempre più orientato allo storytelling personale.
In questa traiettoria si inserisce anche l’intelligenza artificiale, che rappresenta una delle
direttrici strategiche più recenti. «L’Ai è fondamentale perché aiuta nella scelta delle foto
migliori e nella costruzione della storia». Il punto di forza sono i metadati: tempo, luogo,
contesto. «Se un utente va a Mykonos con la sua famiglia, possiamo “clusterizzare”
automaticamente le immagini e costruire il racconto del viaggio». L’algoritmo seleziona gli
scatti, elimina i duplicati, organizza la sequenza e arricchisce il contenuto con mappe e
riferimenti.
I risultati finanziari riflettono questa traiettoria di espansione. Tra il 2018 e il 2024 i ricavi
sono passati da 27,1 a 45,6 milioni, con un tasso annuo composto (Cagr) del 9%. Nello stesso
periodo l’Ebitda è cresciuto da 2,3 milioni (con una marginalità dell’8,2%) a 7,9 milioni
(17,1%), mentre l’utile netto è salito da 1,2 a 5,1 milioni. Il 2025 ha segnato un nuovo
massimo storico per il fatturato, attestatosi a 51,6 milioni, l’Ebitda ha raggiunto i 5,2 milioni e
l’utile netto i 3,3 milioni.
«L’utile è leggermente diminuito a fronte di un aumento dei ricavi, anche perché abbiamo
fatto molti investimenti in Ai». A questo si aggiunge un altro passaggio chiave: la progressiva
transizione tecnologica dalla stampa chimica all’alogenuro d’argento alla stampa inkjet. Un
cambio che risponde a esigenze di sostenibilità e si inserisce nel percorso verso la
certificazione come B Corp. L’investimento, dunque, comprime la redditività nel breve, ma
prepara il terreno per una nuova fase di crescita: «Nel 2026 il fatturato sta crescendo e
prevediamo un rimbalzo dell’utile», anticipa il Ceo.