L’azienda di Volpiano (TO) realizza macchinari automatici per il collaudo di microchip, schede e
dispositivi elettronici più piccoli di un grano di pepe. Due terzi dei suoi quasi 1.400 dipendenti nel
mondo sono ingegneri
È partito tutto grazie a un orologio. Anzi, grazie alla pila di un modello di orologi. Il marchio
che li produceva aveva un problema: la batteria durava poche settimane. La sua esigenza era
che durasse almeno un anno, perciò serviva un microchip. E questo significava anche che
serviva un macchinario per testarne le prestazioni. Siamo negli anni Novanta. Il marchio,
svizzero, conosce a una fiera un’azienda della provincia torinese. Si chiamava Spea ed era
stata fondata da Luciano Bonaria nel 1976. «La prima delle nostre macchine testava proprio i
microchip, ma poi fino al 1994 ci siamo dedicati a farne per le schede elettroniche».
A parlare è Andrea Ganio, membro del consiglio di amministrazione e Head of Institutional
Relations da più di quarant’anni in Spea. Il 1994 è l’anno in cui la sua azienda incontra quella
svizzera: «In pochi mesi abbiamo preparato ciò di cui avevano bisogno». Il prezzo era più
competitivo rispetto a quello dei competitor: e così i microchip che sarebbero finiti ai polsi di
molti di noi sono stati prima collaudati grazie all’azienda torinese. Trent’anni dopo
quell’incontro, Spea si trova ancora a Volpiano, a una ventina di chilometri a nord del
capoluogo piemontese, ma è una realtà che si sviluppa su 20 mila metri quadrati di
stabilimenti produttivi e conta più di dieci filiali estere.
Il mercato in cui opera è quello dei macchinari per il collaudo dell’elettronica, diviso quasi
equamente tra due anime. Da una parte i microchip, con pochi grandi clienti che acquistano
volumi enormi e due competitor principali che sono multinazionali da miliardi, e dall’altra le
schede elettroniche, comparto più frammentato sia sul fronte della clientela sia su quello
della concorrenza. Nel tempo si sono aggiunti i Mems (i sistemi microelettromeccanici,
ndr.), ma il cuore dell’attività di Spea è rimasto lo stesso: realizzare macchinari che
maneggiano componenti anche delle dimensioni inferiori al millimetro.
La traiettoria di crescita la restituisce il numero di dipendenti: «Quasi 1.400, di cui più di 950
in Italia. E per i due terzi sono ingegneri». Un numero considerevole, specie in un momento
storico di carenza di manodopera e per un territorio dove la concorrenza per i talenti è alta:
«Non possiamo attrarli quando sono già formati: è tardi – dice Ganio –, dobbiamo lavorare a
monte. Ed è quello che facciamo da più di vent’anni». Una constatazione nata in realtà a
partire da un’altra difficoltà: «Volpiano non è vicina a Torino, perciò le persone trovano
faticoso raggiungerci». Per questo Spea promuove le materie Stem già nelle scuole
elementari e medie, facendo conoscere agli studenti cosa significa lavorare in un contesto
come il loro.
Un investimento di lungo periodo per «dare linfa a un tessuto a cui poter attingere negli anni
a venire» e un «approccio che spingiamo a tutte le iniziative a cui partecipiamo, tra cui
l’European Chips Skills Academy» afferma Ganio. Un’altra chiave è quella di fare massa
critica: «Con l’Unione Industriali di Torino abbiamo aperto un tavolo di lavoro per capire
come reindirizzare tutte le persone provenienti dall’automotive piemontese che oggi non
hanno più un lavoro: la difficoltà di un settore può trasformarsi in un’opportunità, anche se
la ragione di fondo per cui l’Italia è poco attrattiva è legata a una tassazione troppo alta, che
comprime i salari netti».
Sempre per misurare la crescita di Spea, basta osservarne i bilanci. Tra il 2018 e il 2024 il
fatturato dell’azienda è cresciuto da 102,5 milioni a quasi 143 milioni, con un picco di 182,3
milioni nel 2023. L’Ebitda è invece passato da 23,5 milioni (con un peso sui ricavi del 22,8%) a
13,3 milioni (9,1%), mentre l’utile è sceso da 23,5 milioni a 8,6 milioni. «Il 2024 è stato un
anno difficile per il comparto – spiega Ganio –. Abbiamo registrato un -20% con una media
del settore del -30%. Nel 2022-2023 la domanda di elettronica, e dunque di semiconduttori, è
stata eccezionale: nel 2024 produttori e distributori hanno nei fatti smaltito i magazzini. I
fabbricanti di microchip, a eccezione di chi opera nel segmento dell’intelligenza artificiale,
hanno avuto bilanci disastrosi».
Il rimbalzo è arrivato nel 2025, chiuso con un +10%, e le indicazioni per il 2026 sono positive:
«Possiamo far meglio dell’anno scorso». A determinare le prospettive future pesano però
variabili come la geopolitica: «Circa il 90% del nostro fatturato dipende dall’export, ma con
un ciclo di vendita che dura circa uno-tre anni vediamo i cambiamenti in là nel tempo –
precisa Ganio –. È chiaro però che gli Usa stanno attraversando una crisi pesante e che a
tendere saranno un mercato meno importante. Così come la Cina, che sta perseguendo una
politica di autonomia tecnologica, puntando a produrre internamente ciò di cui ha bisogno».
E l’Europa? «Dovrà far valere la propria voce sul piano industriale, altrimenti finirà alle
dipendenze di uno dei grandi blocchi. Siamo ancora un grande mercato di consumo, ma un
piccolo mercato di produzione». In questo quadro si inserisce il piano strategico europeo per
aumentare la produzione di semiconduttori. Ganio giudica il primo Chips Act, varato a fine
2023, un flop: «Le risorse sono andate alla ricerca pura, con un orizzonte di impatto a 10-15
anni incompatibile con l’urgenza presente. Ora si lavora sul Chips Act 2 che punta sul “Lab to
Fab”, la ricerca applicata che produce risultati rapidamente industrializzabili». A questo si
aggiunge lo European Competitiveness Fund da 650 miliardi, anch’esso orientato in questa
direzione, e i bandi Ue del settennio 2028-2034 che stanziano altri 700 miliardi. «Le
istituzioni italiane ed europee ora ci ascoltano e sono più ricettive», conclude Ganio, pur
mantenendo cautela su misure ancora in fase di definizione.
L’azienda
“Fondata nel 1976 da Luciano Bonaria a circa venti chilometri a nord del capoluogo
piemontese, i macchinari automatici di Spea raggiungono tutto il mondo: circa il 90% del
suo fatturato proviene dall’export e l’azienda conta più di dieci filiali all’estero, tra Europa,
America e Asia. Tra il 2018 e il 2025 i suoi ricavi sono passati da 102,5 milioni a oltre 150
milioni, con un picco di 182,3 milioni nel 2023 sulla scia del boom post-pandemia. «Dopo
un 2025 in ripresa, quest’anno ci dà la sensazione di potersi chiudere meglio rispetto allo
scorso».”