Dopo la scomparsa improvvisa del fondatore, al vertice della società di system integration è salito Michele Lucioni (affiancato da Federica Camagna): «L’Ai? Può essere un’opportunità. Ma le competenze interne devo evolvere»
Un passaggio di testimone arrivato all’improvviso, ma preparato negli anni. È questa la sfida che oggi affronta Reti, società italiana di consulenza tecnologica quotata a Piazza Affari, specializzata nello sviluppo software, nei servizi IT e nella system integration. Con sede a Busto Arsizio, dove ha costruito il proprio campus aziendale – un ex sito industriale riconvertito in un luogo dedicato a lavoro, formazione e relazione con il territorio – Reti nel 2025 ha registrato un valore della produzione di 35,62 milioni di euro (+10,3%). L’Ebitda si è attestato a 3,31 milioni (margine del 9,3%), in lieve flessione rispetto ai 3,51 milioni dell’anno precedente per effetto dell’aumento dei costi del personale, saliti del 6,1% a 20,97 milioni con un organico medio di 380 dipendenti. L’utile netto è cresciuto del 14,1% a 1,44 milioni di euro.
L’azienda
Reti Spa è una società benefit fondata nel 1994 da Bruno Paneghini, quotata su Euronext Growth Milan dal 2020. Con sede a Busto Arsizio, è tra i principali player italiani nell’IT Consulting, specializzata in System Integration, Cybersecurity, AI e Cloud. Il titolo in Borsa quota 1,51 euro.
La scomparsa nel novembre scorso di Bruno Paneghini, fondatore e storico amministratore delegato, ha aperto una nuova fase per l’azienda. Una transizione che, tuttavia, Reti ha potuto affrontare facendo leva su una struttura manageriale costruita nel tempo e su una squadra chiamata oggi a raccogliere questa eredità.
Tra i protagonisti di questa nuova fase c’è Michele Lucioni, manager che in Reti ha trascorso oltre vent’anni del proprio percorso professionale: entrato nel 2001 come tecnico e sviluppatore, ha progressivamente assunto responsabilità crescenti fino a guidare prima l’area delivery e poi quella commerciale. Da febbraio è amministratore delegato e general manager della società, affiancato da Federica Camagna, anch’essa amministratrice delegata e CFO.
Lucioni, il passaggio alla nuova governance è avvenuto dopo la scomparsa del fondatore. Quanto era preparata l’azienda ad affrontare un cambiamento così importante?
Prepararsi completamente a un evento di questo tipo è impossibile. Eppure iniziare prima del tempo a strutturarsi in modo che l’impresa sopravviva al suo fondatore è fondamentale. Bruno Paneghini aveva lavorato molto sulla costruzione di una squadra capace di gestire l’azienda non attraverso una sola persona, ma attraverso un insieme di competenze.
Questo significa avere manager in grado di occuparsi di aspetti diversi: dalla pianificazione economica alla definizione della strategia, dal marketing alla gestione delle persone. Delegare non significa perdere il controllo, ma creare un’organizzazione più solida, nella quale le responsabilità siano distribuite e le persone possano operare con autonomia.
Accanto a questo elemento organizzativo c’è stato anche un aspetto più culturale. Paneghini ha costruito un’azienda fondata su alcuni valori, in particolare l’attenzione alle persone, alla formazione e alla crescita delle competenze. Noi oggi portiamo avanti questa impostazione interpretandola secondo la nostra sensibilità, senza essere una copia del passato, ma mantenendo viva la filosofia originaria.
Anche la struttura proprietaria sembra essere stata pensata per garantire stabilità. Come è stato gestito questo passaggio?
Era stato costituito un trust nel quale sono confluite le quote societarie. Si tratta di un’entità giuridica autonoma rispetto alla famiglia, che ha permesso di definire un assetto di governance strutturato e stabile.
Questo aspetto formale si è affiancato al lavoro fatto negli anni sulla squadra manageriale. Sono due elementi complementari: da una parte la costruzione di un’organizzazione capace di proseguire il percorso aziendale, dall’altra uno strumento giuridico in grado di dare continuità alla proprietà.
Reti è una società quotata in Borsa, ma il titolo è molto illiquido. Qual è stato il senso della quotazione per voi e quale ruolo ha oggi?
La quotazione ci ha dato molto, soprattutto in termini di metodo e trasparenza. Entrare sul mercato significa dotarsi di procedure, controlli e strumenti organizzativi che richiedono un livello di maturità importante.
Per Reti è stata una scelta di crescita: volevamo fare un salto qualitativo e presentarci al mercato con maggiore chiarezza, raccontando chi siamo e come lavoriamo. La quotazione ci ha permesso anche di aumentare la visibilità e di consolidare la nostra reputazione.
Siamo un’azienda di circa 400 persone, una dimensione interessante perché ci permette di lavorare sia con grandi clienti enterprise sia con realtà più piccole. La sfida è far conoscere sempre meglio il valore della nostra proposta: nel nostro settore la differenza non la fa solo la tecnologia, ma la capacità di costruire una relazione di fiducia con il cliente e accompagnarlo nei processi di trasformazione.
La quotazione rimane quindi un progetto di lungo periodo? Un domani quello stesso flottante, poco sotto al 20%, non potrebbe piuttosto essere offerto ad un fondo per ottenere nuova liquidità?
Oggi il nostro obiettivo è continuare lungo questa strada. Vediamo il modello attuale come un modello vincente e vogliamo mantenere una continuità rispetto a quanto costruito finora. Non stiamo valutando cambiamenti di impostazione perché riteniamo che questa direzione sia coerente con la nostra crescita.
L’intelligenza artificiale è uno dei temi centrali per il settore tecnologico, e può rappresentare un rischio per il vostro settore. D’altra parte si dice che ormai Claude sappia creare software di buon livello.
Per noi è soprattutto un’opportunità. Diventa un rischio soltanto se non viene governata correttamente.
Nel nostro settore l’intelligenza artificiale è arrivata prima rispetto ad altri comparti, perché lavoriamo quotidianamente con tecnologia e innovazione. Ci siamo quindi interrogati da tempo su come integrarla nei nostri servizi e nei nostri modelli di consulenza.
Non crediamo che sostituirà semplicemente le persone. Sarà invece un abilitatore che permetterà di fare cose che prima erano troppo costose o complesse in modo più rapido ed efficiente. Il programmatore del futuro non sarà una figura superata, ma una figura diversa: sarà un professionista capace di utilizzare questi strumenti, comprenderne potenzialità e limiti e integrarli nel proprio lavoro. La componente tecnica rimarrà fondamentale, ma dovrà essere accompagnata dalla capacità di interpretare il problema del cliente, conoscere i processi aziendali e individuare la soluzione più efficace.
Questo cambiamento richiede anche un’evoluzione delle competenze interne. Stiamo lavorando molto sulla formazione perché il profilo dello sviluppatore sta cambiando rapidamente: oggi non basta più saper scrivere codice, bisogna saper dialogare con strumenti di intelligenza artificiale, valutarne gli output, governare la qualità delle soluzioni prodotte e utilizzare la tecnologia per aumentare il proprio livello di produttività.
Questo cambiamento riguarda anche il modello economico della consulenza informatica, spesso basato sulle ore uomo. Si passerà ad un prezzo formulato sul risultato finale, più che sull’impegno orario?
Sicuramente il modello tradizionale deve evolvere. Il valore di una società di consulenza non può essere rappresentato soltanto dal numero di ore impiegate su un progetto.
Il nostro approccio è quello di aiutare il cliente a risolvere problemi complessi, per esempio modernizzare applicativi esistenti, portarli sul cloud o ripensare processi aziendali attraverso nuove tecnologie. In questi casi il valore sta nella capacità di comprendere la situazione, valutare rischi e opportunità e proporre la soluzione migliore.
L’intelligenza artificiale contribuirà a cambiare questo paradigma, spostando sempre più l’attenzione dal tempo dedicato all’effettivo risultato generato. La produttività aumenterà perché alcune attività potranno essere svolte più velocemente, ma sarà fondamentale trovare il giusto equilibrio tra componente umana e strumenti tecnologici.
Quali settori stanno mostrando maggiore attenzione in questa fase verso l’innovazione tecnologica?
Seguiamo principalmente tre ambiti: bancario, assicurativo e manufacturing. I primi due sono settori storicamente più maturi sul piano digitale e oggi stanno accelerando ulteriormente, anche grazie all’intelligenza artificiale.
Il manifatturiero ha dinamiche diverse, ma anche qui vediamo un’evoluzione importante, soprattutto attraverso automazione, analisi predittiva e applicazioni legate all’industria 4.0 e 5.0.
In tutti i casi emerge un elemento fondamentale: la tecnologia funziona solo se poggia su dati di qualità. L’intelligenza artificiale richiede infatti una base solida di informazioni, organizzate e gestite correttamente. La qualità del dato, la sicurezza e la governance stanno diventando temi centrali per tutte le aziende.