Philogen vola grazie agli accordi coi colossi del pharma. In un anno ricavi da 74,7 a 320 milioni

L’azienda italo-elvetica sviluppa farmaci oncologici a veicolazione selettiva. In un settore ad alto
rischio, dove i competitor perdono centinaia di milioni all’anno, ha chiuso il 2025 con 261,6 milioni di Ebitda e un utile di 229,7 milioni

Zauberkugeln. In italiano “proiettili magici”. È con questa immagine che nel 1900 il padre
della chemioterapia, Paul Ehrlich, che otto anni dopo verrà insignito del premio Nobel per la
medicina, si figurò il futuro della farmaceutica. I “proiettili magici” erano delle molecole
capaci di colpire esclusivamente la zona malata e risparmiare il resto. Per quasi un secolo la
visione di Ehrlich è rimasta un’aspirazione: poi, verso la metà degli anni Novanta, tre fratelli
hanno cominciato a concretizzarla. Dopo trent’anni la loro realtà, che ha preso il nome di
Philogen, è l’unica biotech quotata a Milano e di recente ha siglato con Bristol-Myers Squibb
il più grande accordo di licensing nel campo dei radiofarmaci.
A raccontare la sua storia è il Ceo Dario Neri, professore al Politecnico di Zurigo – dove studiò
anche Albert Einstein – e cofondatore di Philogen insieme ai fratelli Duccio e Giovanni,
ancora all’interno dell’azienda. I tre sono bisnipoti di Achille Sclavo, medico che per primo
nel 1899 usò gli antisieri per trattare il carbonchio e che fondò un’azienda oggi parte di Gsk
Vaccine in Italia. «Fin da bambino ho respirato l’aria della farmaceutica», ricorda Neri. La sua
è una carriera accademica costruita accanto a due futuri premi Nobel per la chimica: Kurt
Wüthrich, suo supervisore al dottorato a Zurigo, e Sir Gregory Winter, con cui ha lavorato a
Cambridge tra il 1992 e il 1996. «Parte tutto da qui: dall’avere degli ottimi maestri», chiosa il
Ceo.

È proprio in Inghilterra che Neri ha respirato, come racconta, quell’intreccio tra rigore
scientifico e spirito imprenditoriale che avrebbe poi plasmato Philogen, partita come spin-
off del Politecnico di Zurigo. «La nostra azienda – spiega – è nata grazie al fatto di essere stati
i primi a fare quello che in inglese viene chiamato ligand-based pharmacodelivery: delle
“molecole veicolo” che, una volta iniettate, sono in grado di riconoscere i vasi sanguigni
tumorali da quelli normali e portare solo dove serve farmaci o radionuclidi per l’imaging. La
“veicolazione selettiva” è un principio che utilizziamo principalmente in oncologia, ma è
applicabile anche ad altre indicazioni». Non un’invenzione recente, si diceva, ma la capacità
di renderla una via praticabile era rimasta a lungo fuori dalla portata dell’industria. Accanto
alla veicolazione selettiva c’è però anche un altro punto di forza che secondo Neri ha fatto la
differenza.

«Siamo stati i primi a sviluppare e testare quelle che in ambito medico vengono chiamate
“DNA-encoded chemical libraries” (“librerie chimiche codificate al DNA”, ndr.) – afferma
Neri –. La veicolazione selettiva passa infatti per la scoperta di molecole leganti, che è uno
dei problemi centrali della nostra industria. Storicamente le aziende compravano una
collezione di queste molecole, le cosiddette “librerie chimiche”, e le provavano una a una per
vedere quale si legava al target: un approccio molto costoso e altamente inefficiente. La
nostra innovazione è stata quella di creare librerie chimiche in cui ogni singola molecola è
legata a un frammento di DNA che funge come una sorta di “codice a barre” che permette di
identificare e quantificare ogni molecola. In questo modo siamo in grado di creare librerie
molto più ampie rispetto ai competitor».

Philogen conta oggi quattro sedi: «La ricerca è realizzata a Zurigo, a Siena ci sono due siti per
la produzione industriale e a Milano stiamo espandendo un centro di sviluppo clinico»,
precisa il Ceo. La pipeline dell’azienda è costellata di prodotti per tante indicazioni differenti,
principalmente tumorali: «Facciamo sperimentazione in centri selezionati, tipicamente in
Europa e negli Usa, ma se abbiamo successo il mercato che ci si apre è il mondo». Il modello
di sviluppo scelto è quello di un’azienda fully integrated dalla scoperta fino alla fase 3 della
sperimentazione clinica, ma non nella commercializzazione, «che consideriamo un processo
a parte».

Non è semplice leggere i bilanci economici dell’impresa italo-elvetica, che vede come suo
azionista storico a circa il 30% il colosso italiano della biofarmaceutica Dompé. Tra il 2018 e il
2024 i ricavi sono passati da 20,6 milioni a oltre 74,7 milioni, l’Ebitda è cresciuto da 11
milioni (pari a un margin del 49,6% del fatturato) a 46,3 milioni (il 59,1%) e l’utile è salito da
10,1 milioni a 45,3 milioni. All’interno di questo periodo però ci sono stati anni in cui l’Ebitda
era negativo e l’azienda era in perdita. Il punto è comprendere il mercato: «Alcune biotech
perdono anche tra i 100 e i 300 milioni all’anno perché nella fase di sviluppo dei farmaci
devono sostenerne tutti i costi. Noi siamo stati cash flow positive fino al 2019, grazie a una
crescita graduale, il mantenimento di numerose attività di out-licensing e servizi conto terzi.
Poi, sette anni fa, con l’avvio degli studi di fase 3, abbiamo effettuato un aumento di capitale
e deciso di quotarci, consapevoli che i costi sarebbero aumentati».

Il salto più significativo è arrivato nel 2025, esercizio che si è chiuso con 320,1 milioni di
ricavi, un Ebitda di 261,6 milioni (81,8%) e un utile di 229,7 milioni, risultati maturati grazie
all’accordo con Bristol-Myers Squibb nel campo dei radiofarmaci: «Parliamo di 350 milioni di
dollari di upfront, 1 miliardo di milestones più le royalties. Certo – conclude il Ceo Neri –, il
biotech resta un settore ad alto rischio, anche quando si parte ben capitalizzati e si lavora
con la massima integrità scientifica. Ma questa partnership, assieme a un’ottima situazione
di cassa e a spending sotto controllo, contribuisce alla nostra sicurezza “di navigazione” da
qui in avanti».

“Fondata trent’anni fa dai fratelli Dario, Duccio e Giovanni Neri, bisnipoti del medico
Achille Sclavo, il pioniere degli antisieri, Philogen è nata come spin-off del Politecnico di
Zurigo. Oggi conta quattro sedi: «La ricerca è realizzata a Zurigo, a Siena ci sono due siti
per la produzione industriale e a Milano stiamo espandendo un centro di sviluppo
clinico», spiega il Ceo. Lo scorso anno ha siglato con Bristol-Myers Squibb un accordo da
350 milioni di dollari di pagamento iniziale, 1 miliardo di milestone più le royalty.”

[contenuto_news]

Articoli recenti