
Quando Giampietro Nardi, forte di un’esperienza professionale nella produzione di stampi, fonda la sua azienda a Chiampo, in provincia di Vicenza, è il 1990. L’outdoor italiano è ancora una terra di mezzo: poco battuta, molto promettente. In quello spazio nasce Nardi, destinata in trent’anni a trasformarsi in un player internazionale.
Oggi l’azienda è guidata da un vertice interamente familiare. Giampietro ricopre il ruolo di presidente, mentre le figlie Anna e Floriana sono amministratrici delegate: la prima segue l’area commerciale e amministrativa, la seconda marketing e comunicazione. L’ingresso della nuova generazione, nel 2011, ha rappresentato un passaggio strategico decisivo, ridefinendo sia il posizionamento sia il modo di stare sul mercato. «In origine l’azienda era orientata al mass market, quindi alla Gdo, con un posizionamento di fascia media. Con il nostro ingresso abbiamo cambiato rotta: io e mia sorella abbiamo deciso di puntare sul design e su una proposta a più alto valore aggiunto. Abbiamo ripensato da cima a fondo la catena di vendita, investito con forza su brand awareness e marketing e, passo dopo passo, negli anni siamo riuscite a decollare» racconta Anna Nardi.
Questo riposizionamento allarga anche la base clienti. Non più solo retail domestico, ma una presenza crescente nel contract, con forniture per bar, ristoranti, resort e hotel. Il motore è l’innovazione continua, intesa come risposta concreta ai bisogni dell’outdoor contemporaneo. In questa logica si inserisce anche la scelta industriale di mantenere tutta la produzione in Italia, evitando la delocalizzazione in Asia. «Anche noi abbiamo valutato di esternalizzare una parte di produzione in Asia, come in molti hanno fatto negli anni passati. Ma ci sembrava una scelta molto lontana dal nostro concetto di industria, ci pareva quasi di diventare degli importatori di prodotti altrui». Una decisione che si è rivelata particolarmente efficace durante la pandemia: mentre gli altri aspettavano i container, Nardi produceva.
La struttura industriale si articola su tre stabilimenti, dove si concentra oltre il 90% delle lavorazioni. Qui operano 26 presse e tre linee dedicate alla lavorazione del tubo d’alluminio. Lo sviluppo interno è tutelato attraverso brevetti e design registrati. Parallelamente cresce l’impegno sulla sostenibilità: utilizzo di materiali riciclati e rigenerati, principi di eco design, impianti a basso impatto energetico e investimenti costanti in macchinari più efficienti lungo tutta la filiera.
Un capitolo centrale riguarda la tutela della proprietà intellettuale, tema particolarmente sensibile in un settore esposto alle imitazioni. «Noi combattiamo tutti i giorni con diffide e cause legali, ogni anno prevediamo un budget importante per queste attività. Ogni tanto sembra quasi una guerra contro i mulini a vento, specie contro i giganti asiatici. Fortunatamente in questo momento anche la normativa cinese è diventata estremamente rigida ed efficace contro i copiatori. E abbiamo un legale in loco che agisce per conto nostro». La strategia più efficace? «Essere veloci: nel momento in cui loro copiano tu devi essere già pronto con qualcos’altro da inserire nel mercato».
La trasformazione dell’azienda è andata a braccetto con la crescita. Tra il 2018 e il 2024 i ricavi passano da 46,9 a 83,2 milioni (+77,4%), con un Cagr del 10,03%. Nello stesso periodo l’Ebitda cresce da circa 13,5 a 24,2 milioni (+79%), mantenendo un rapporto Ebitda/ricavi medio del 27,5%, con un massimo del 29,73% nel 2023 e un minimo del 22,11% nel 2022. L’utile netto quasi raddoppia, salendo da 6,8 a circa 12,8 milioni, mentre la posizione finanziaria netta migliora in modo netto: da 11,2 milioni di debito a 19,7 milioni di cassa. E anche il rapporto Pfn/Ebitda medio 2022-2024, pari a -0,85, conferma una struttura finanziaria solida.
Il 2025 si è chiuso in lieve miglioramento, con «qualche punto percentuale in più» rispetto all’anno precedente, ma lo scenario per il 2026 resta in bilico. «C’è molta incertezza e l’incertezza crea disagi, frenando la volontà di acquisto». Il canale domestico risulta più debole, mentre il contract tiene. «Va bene tutto quello che riguarda bar, ristoranti, hotel, perché comunque la gente continua a viaggiare, quindi è comunque un comparto che necessita di investire».
Dal punto di vista geografico, la presenza è ampia e bilanciata. L’Italia, principale mercato, pesa per circa il 18% del fatturato 2025, mentre Francia, Spagna e Germania insieme valgono il 29,35%. Un ulteriore quarto arriva dal resto d’Europa, mentre la porzione restante è generata fuori dal continente. Gli Stati Uniti, un mercato fino a poco fa molto dinamico, attraversano una fase delicata a causa dei dazi. La linea di Nardi per il futuro, quindi, segue un doppio binario: consolidare le posizioni acquisite e accelerare nei mercati che mostrano maggiore slancio. La Cina continua a crescere, nonostante sia «il Paese dove ci sono più copie dei nostri prodotti»: «Guardano ancora a un prodotto made in Italy, al design, all’ampiezza della gamma». Mostra forte dinamismo anche il Medio Oriente, dove Arabia Saudita e Paesi Arabi esprimono «un grande ottimismo e tanta voglia di fare e di investire nel Made in Italy». Tra i mercati più sorprendenti per ritmo di sviluppo? «C’è anche l’Ucraina, in crescita».
“Fondata nel 1990 nel vicentino, in 30 anni Nardi si è affermata nell’arredo outdoor di design rafforzando la difesa dei brevetti made in Italy in Asia. Guidata dall’omonima famiglia, opera nei settori home e contract, con forte spinta su innovazione e sostenibilità. Tra il ’18 e il ’24 i ricavi sono passati da 46,9 a 83,2 milioni, con un Cagr del 10,03%. L’Ebitda è cresciuto a 24,2 milioni (+79%), l’utile netto è quasi raddoppiato a 12,8 milioni. Anche il ’25 si chiude in positivo, nonostante dazi Usa, incertezza e retail debole.”