l gruppo veneto ha chiuso il 2025 con ricavi per 117 milioni. Il 92% del fatturato arriva ancora dal comparto automotive, soprattutto dalle auto sportive di lusso. L’ad Businaro: «La domanda mondiale resta superiore all’offerta». Nel 2026 aperto a Monastir un nuovo stabilimento produttivo. La sfida ora è trovare abbastanza persone per sostenere lo sviluppo.
Ci sono aziende che a causa dell’innovazione perdono clienti, altre invece che l’anticipano e ne beneficiano. Novation Tech è innovativa già dal nome e la sua capacità di lavorare il carbonio sta diventando sempre più richiesta dai marchi dell’automotive di lusso. «L’esigenza dei grandi produttori di auto sportive è quella di alleggerire sempre di più il veicolo e per questo viene scelto il carbonio in molte più parti rispetto al passato», spiega Luca Businaro, amministratore delegato dell’azienda veneta. Mentre l’automotive arranca, Novation Tech cresce: ha chiuso il 2025 con 117 milioni di fatturato e per quest’anno «prevediamo una crescita a doppia cifra, sia in termini di fatturato sia di marginalità». Il motivo è il mercato in cui opera: «Operiamo in un segmento specifico, quello dell’auto di lusso. E qui ci sono altre regole». Per crescere, l’azienda sta valutando anche la difesa, escludendo le armi offensive: «Possiamo, però, collaborare alla produzione di componenti per droni di sorveglianza». La sfida per il futuro non è tanto attirare domanda quanto avere le persone per soddisfarla. Nel 2026 l’azienda ha aperto uno stabilimento in Tunisia, perché «in Europa la disponibilità di personale per attività manifatturiere è sempre più limitata».
Novation Tech è una realtà fortemente legata all’automotive. Qual è oggi il vostro ruolo nella filiera?
Siamo un’azienda produttiva, un terzista: non realizziamo un nostro prodotto, ma sviluppiamo e produciamo componenti per i nostri clienti. Il 92% del fatturato arriva dall’automotive, in particolare dalle auto sportive di lusso di serie. Realizziamo componenti in carbonio per interni, come sedili, cruscotti e pannelli porta, ma anche per gli esterni – cofano, tetto, bagagliaio, porte e paraurti – fino agli elementi strutturali della vettura.
L’automotive fa fatica, ma voi continuate a crescere. Quale la vostra strategia?
Operiamo in un segmento specifico, quello dell’auto di lusso. E qui ci sono altre regole. I nostri prodotti vengono installati in automobili che sono beni desiderati, caratterizzati da tempi di consegna che possono arrivare anche a 18-24 mesi. Per fortuna i nostri clienti sono stati bravi a gestire la situazione. Nonostante crisi globali e guerre, il numero di auto prodotte rimane sostanzialmente stabile e la domanda mondiale resta sempre superiore all’offerta. C’è poi un altro aspetto. Il carbonio è un elemento importante perché le auto devono essere sempre più performanti, ma allo stesso tempo devono pesare meno. Per questo, a parità di numero di auto prodotte, quelle nuove hanno sempre più componenti in carbonio.
Avete però una presenza anche in altri settori.
Sì, perché il carbonio trova applicazione in diversi ambiti. Nel mondo dello sport lavoriamo, ad esempio, per Specialized, uno dei principali marchi mondiali di biciclette: produciamo tutte le loro selle in carbonio, circa 120mila pezzi all’anno. Siamo presenti anche nell’occhialeria, dove realizziamo componenti in carbonio per marchi importanti del settore del lusso. Abbiamo inoltre avuto attività nell’aeronautica, producendo schienali e sedute per sedili di classe economica destinati agli Airbus. A livello di fatturato, però, l’automotive è nettamente superiore.
Operate anche nel comparto della difesa?
Ora come ora no, anche se c’è una valutazione in corso e stiamo osservando il settore. Non, ovviamente, per offrire il nostro know-how per fabbricare armi offensive: il nostro codice etico lo impedirebbe. Possiamo, però, collaborare alla produzione di componenti per droni di sorveglianza o per autoveicoli. Al momento, però, non produciamo nulla di tutto questo.
La vostra produzione si concentra principalmente sulla fibra di carbonio, un materiale prodotto da pochissime realtà in giro per il mondo. È un elemento di rischio?
Il mercato della fibra di carbonio è molto concentrato. I produttori principali sono pochi gruppi internazionali. È un settore dove gli interlocutori sono necessariamente limitati. Con la parziale chiusura di Hormuz e Suez qualche aumento c’è stato, ma è più un problema di logistica. Tutto sommato, per ora, sono stati incrementi gestibili rispetto alle impennate del Covid. La cosa che mi fa più paura, però, è che il carbonio viene prodotto dal petrolio e quindi, se il petrolio continua a restare sopra i 100 dollari al barile, avremo un’impennata anche nei costi delle materie prime.
Nonostante le incertezze, il 2025 si è chiuso con 117 milioni di fatturato, in crescita, ma con un calo della marginalità. Come mai?
Il rallentamento della marginalità è stato legato alle scelte fatte per prepararci alla crescita futura. Abbiamo assunto personale e investito in nuovi impianti, perché ogni nuovo progetto richiede formazione e tempo prima di diventare pienamente produttivo. Nel 2026 prevediamo una crescita a doppia cifra, sia in termini di fatturato sia di marginalità.
Nel 2026 avete poi deciso di espandervi anche in Africa, con l’apertura di un impianto in Tunisia. Per quale motivo?
Abbiamo cercato un Paese vicino, all’interno del Mediterraneo e con una buona disponibilità di forza lavoro. Abbiamo scelto la località di Monastir perché ha una lunga tradizione industriale legata al tessile, coerente con il nostro mestiere. Sembra un settore lontano dal nostro, ma il carbonio viene lavorato in un modo simile a quello di un tessuto tecnico: non a caso si parla di “fibra di carbonio”. In Europa la disponibilità di personale per attività manifatturiere è sempre più limitata, mentre noi abbiamo bisogno di persone che lavorino in produzione.
Non solo la Tunisia. Già da tempo avete sedi anche in Croazia e Ungheria. L’Italia non rischia di diventare una parte secondaria della vostra organizzazione?
No, la maggior parte della forza lavoro resta in Veneto. In Italia abbiamo 680 dipendenti impegnati nella lavorazione del carbonio, divisi in due stabilimenti. Qui svolgiamo tutto il ciclo produttivo: dalla ricerca alla produzione, fino alla verniciatura. Quest’ultima è, tradizionalmente, uno dei colli di bottiglia nella lavorazione del carbonio, e noi siamo tra i pochi player che se ne occupano e vendiamo il servizio anche ad alcuni concorrenti. Poi, certo, resta molto importante anche il nostro ruolo in Ungheria: è il nostro secondo polo produttivo, con 580 persone impegnate nell’intero processo. Segue la Croazia, dove abbiamo 140 dipendenti, fino al nuovo stabilimento tunisino, che per ora ha 115 persone ma in futuro potrà arrivare fino a 250.
In Italia, però, spesso sembra esserci un problema di qualità del personale più che di quantità?
Facciamo molta fatica a trovare le persone giuste. Collaboriamo con università, Its e scuole professionali per intercettare giovani talenti. Il nostro obiettivo è offrire un percorso di crescita: lavorare con clienti internazionali, avere la possibilità di viaggiare e confrontarsi con tecnologie avanzate. Ci è molto chiaro che oggi i giovani non guardano più solo alla retribuzione, ma anche alla qualità complessiva del lavoro. Tutte queste cose, però, si scontrano con un problema di housing che le singole aziende non possono affrontare. Noi non siamo costruttori edili: le istituzioni dovrebbero venirci incontro, così da rendere più facile, per chi vorrebbe trasferirsi per lavoro, trovare casa.
Quali sono le principali incognite per il futuro?
Il settore resta positivo, ma bisogna guardare anche alle difficoltà dell’automotive tradizionale. La paura principale è che alcuni fornitori di componenti metallici o plastici, che lavorano sia con le case di lusso sia con i grandi marchi tradizionali, possano attraversare momenti complessi, e questo potrebbe avere conseguenze anche su di noi. Allo stesso tempo, per aziende strutturate come la nostra queste trasformazioni possono rappresentare anche l’inizio di nuove opportunità.
L’azienda
Novation Tech nasce a Montebelluna nel 1967 come produttrice di stampi metallici. Tra il 1996 e il 2004 entra nel gruppo Nike e diventa uno dei principali fornitori di componenti per calzature sportive. La svolta arriva nel 2007, quando Luca Businaro assume la guida dell’azienda e punta sui materiali compositi: nello stesso anno nasce il primo schienale in fibra di carbonio per auto sportive. Da lì il baricentro si sposta progressivamente verso l’automotive. Nel 2011 apre il polo ungherese, nel 2017 entra Keyhaven Capital Partners e nel 2020 nasce lo stabilimento croato. Oggi il gruppo produce anche per sport, aerospazio e occhialeria.