ItalyPost -

La parabola di Aruba, dal web 1.0 alle centrali idroelettriche per alimentare il digitale italiano

L’azienda, che a Ponte San Pietro (Bg) vanta uno dei più grandi data center campus d’Europa, prosegue la propria leadership tra Pec e servizi digitali. L’acquisizione di tre impianti in Piemonte ne rafforza la sovranità

Per capire quanto sia cambiato il settore del cloud basta seguire il corso della Stura di Lanzo, in Piemonte. A Cafasse, Balangero e Lanzo Torinese, tre centrali idroelettriche costruite tra il 1922 e il 1923 sono appena entrate nel portafoglio di Aruba: producono insieme circa 10 GWh l’anno e portano a undici gli impianti posseduti dal gruppo, per oltre 60 GWh di generazione rinnovabile complessiva. Non alimenteranno con un cavo privato una server farm, ma immetteranno energia nella rete. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, d’altronde chi custodisce i dati deve preoccuparsi anche di chi accende le turbine.

È un approdo curioso per un’azienda nata quando Internet, in Italia, era ancora più una promessa che un mercato. Aruba viene fondata nel 1994 a Firenze con il nome di Technorail S.r.l. e il marchio Technet.it. La svolta arriva all’inizio del nuovo millennio: nel 2000 compare Aruba.it, nome caraibico per un’impresa italianissima, prima impegnata nell’accesso dial up gratuito e poi nella registrazione dei domini e nell’hosting con spazio web «illimitato». In quella fase il web era ancora una frontiera da colonizzare a colpi di pagine aziendali, indirizzi email e siti personali. Aruba ne vendeva i lotti digitali.

Nel 2003 l’azienda inaugura ad Arezzo la prima grande webfarm, circa 2 mila metri quadrati destinati a ospitare i server dei clienti. L’anno successivo Technorail si trasforma in società per azioni e assume definitivamente il nome Aruba. È il passaggio di rivenditore di servizi Internet a proprietario di infrastrutture: i domini restano la porta d’ingresso, ma dietro quella porta cominciano ad accumularsi macchine, reti, competenze e capitale. Tra il 2005 e il 2006 il gruppo si allarga poi nell’Europa centrale con Forpsi, rafforzandosi in Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria.

La seconda intuizione arriva sul terreno meno pirotecnico, ma assai redditizio, della burocrazia digitale. Nel 2006 nasce Aruba Pec, accreditata come gestore di Posta elettronica certificata; dal 2007 opera anche come Certification Authority per firma digitale e smart card. È qui che il gruppo diventa una presenza quasi invisibile nella vita quotidiana di imprese, professionisti e cittadini: non soltanto siti e caselle email, ma comunicazioni con valore legale, identità digitali, certificati, documenti da conservare e fatture da spedire al fisco. Oggi Aruba amministra circa 10 milioni di caselle Pec e dal 2014 è anche Registro ufficiale dell’estensione «.cloud».

Il portafoglio si è così trasformato in una sorta di cassetta degli attrezzi della digitalizzazione italiana. Accanto a domini e hosting su Linux e Windows ci sono server dedicati, Vps, housing e colocation. Sul fronte cloud, servizi di calcolo, storage, networking, container, database, backup, bare metal e disaster recovery, offerti in configurazione pubblica, privata o ibrida. A questi si aggiungono Spid, firma digitale, certificati Ssl, fibra, fatturazione elettronica e conservazione documentale. Un catalogo che consente ad Aruba di partire dal professionista che deve aprire una Pec e arrivare alla grande impresa o alla Pubblica amministrazione che deve spostare carichi critici senza perdere il controllo sui dati.

La fatturazione elettronica fotografa bene questa evoluzione. Il servizio non si limita a generare un file Xml: integra firma, invio al Sistema di Interscambio, archiviazione a norma, accessi multiutente e collaborazione con il commercialista. In altre parole, Aruba non vende soltanto software, ma prende in carico un pezzo di processo amministrativo.

Il vero baricentro dell’azienda, tuttavia, si è progressivamente spostato sotto il cofano. Dalla webfarm di Arezzo Aruba ha sviluppato una rete di data center proprietari in Italia e Repubblica Ceca, affiancata da strutture partner in altri Paesi europei. Il campus principale di Ponte San Pietro, nel Bergamasco, sorge nell’area dell’ex cotonificio Legler e integra infrastruttura digitale, produzione idroelettrica e sistemi di raffreddamento che sfruttano l’acqua di falda. Al fotovoltaico installato sui campus di Ponte San Pietro e Roma si aggiunge il portafoglio di centrali distribuite tra Lombardia, Veneto, Friuli e ora Piemonte.

Questa dotazione serve a sostenere un mercato nel quale energia, sicurezza e localizzazione dei dati sono diventate altrettanto importanti della potenza di calcolo. Il cloud non è più una nuvola, ammesso che lo sia mai stato: è cemento, fibra, trasformatori, gruppi di continuità, acqua per il raffreddamento e norme da rispettare. Per un operatore europeo, del resto, la sovranità digitale è diventata un argomento commerciale: Aruba insiste sulla permanenza dei dati in infrastrutture soggette alle regole dell’Unione europea e propone soluzioni compliant per aziende e amministrazioni pubbliche.

Sul piano economico, gli ultimi risultati confermano un percorso di crescita costante. Dal 2018 al 2024 i ricavi della società sono passati da 153 a 364 milioni di euro, con un tasso annuo composto (Cagr) del 15,6%. Nello stesso periodo l’Ebitda è salito da 37 a 83 milioni di euro, con un margine passato dal 24,2% al 22,9%. Parallelamente, l’utile netto è balzato da 15,3 a 37,2 milioni di euro.

L’azienda
Fondata a Firenze nel 1994 come Technorail (con il marchio Technet.it), la svolta arriva nel 2000 con il debutto di Aruba.it, offrendo connessioni dial up e domini web. Nel 2003 viene inaugurata ad Arezzo la prima webfarm: segna il passaggio cruciale da semplice rivenditore a proprietario di infrastrutture. L’anno successivo la società diventa una SpA e assume in via definitiva il nome Aruba. Nel 2006 l’intuizione della Pec consacrerà infine il gruppo come partner essenziale nella vita di milioni di imprese e cittadini italiani.

[contenuto_news]

Articoli recenti