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La dimostrazione che esistono modelli capaci di attraversare la volatilità

C’è un’Italia che continua a crescere mentre attorno il quadro si fa più incerto. È un’Italia fatta di imprese poco visibili nel dibattito pubblico ma decisive nella tenuta industriale del Paese. Da otto anni il Centro Studi ItalyPost ne monitora le performance con l’indagine Champions, che seleziona le mille aziende con i migliori risultati economico-finanziari su scala nazionale.

A guidare il progetto è Caterina Della Torre, Partner Special Affairs di ItalyPost e project leader di Champions. Economista d’impresa, osservatrice delle trasformazioni industriali, negli anni ha contribuito al dibattito su competitività, dimensione aziendale e politica industriale con interventi su L’Economia del Corriere della Sera e con una riflessione costante sulle dinamiche dell’economia reale. Con lei abbiamo provato a leggere il presente e a capire dove si sta spostando la crescita.

L’ottava edizione di Champions arriva in una fase complessa. Che momento sta attraversando l’economia?

Siamo in un passaggio di riassestamento strutturale delle economie avanzate. Negli ultimi anni si sono sovrapposti shock di natura diversa – sanitaria, geopolitica, energetica, monetaria – che hanno prodotto effetti profondi e non temporanei. Oggi si intravedono segnali di normalizzazione, ma sono parziali e instabili. La transizione in atto è disomogenea: cambia la geografia delle catene del valore, cambiano le priorità industriali, cambia la natura stessa della competizione. C’è un elemento che considero decisivo: mentre il ciclo economico rallenta, i fattori di trasformazione accelerano. È una fase in cui la crescita è più difficile, ma al tempo stesso più selettiva. Le imprese non si confrontano soltanto con un rallentamento della domanda, bensì con una ridefinizione delle regole del gioco.

L’inflazione in calo e politiche monetarie meno restrittive non stanno riattivando gli investimenti?

Non nella misura attesa. L’incertezza rimane elevata. Le imprese devono fare i conti con la riconfigurazione delle catene globali del valore, con il ritorno di politiche industriali esplicite da parte delle grandi potenze e con l’impatto sempre più pervasivo della trasformazione digitale e dell’intelligenza artificiale. In settori come l’automotive, la transizione tecnologica è forzata e costosa. In filiere complesse e interdipendenti, la vulnerabilità è aumentata. In questo contesto investire significa esporsi e possono farlo solo imprese con struttura patrimoniale solida, governance evoluta e visione di lungo periodo. La crescita oggi è più capital intensive, più legata alla capacità di integrare tecnologia, competenze e finanza.

In questo scenario, cosa rappresentano le Champions?

Le Champions sono un cluster estremamente ristretto: mille imprese, pari allo 0,07% delle società di capitali italiane. Ma il dato quantitativo è meno rilevante del profilo qualitativo.

In otto anni di monitoraggio emerge una continuità di crescita a doppia cifra, una redditività elevata e stabile nel tempo, un livello di solidità patrimoniale e autonomia finanziaria superiore alla media. Non si tratta di performance episodiche. È la dimostrazione che esistono modelli industriali capaci di attraversare la volatilità trasformandola in leva di consolidamento. Queste imprese presidiano nicchie tecnologiche ad altissimo valore aggiunto, investono in innovazione proprietaria, sviluppano competenze distintive e hanno una proiezione internazionale strutturale. La loro forza non è solo nel prodotto, ma nella capacità di orchestrare filiere, integrare competenze e governare la complessità.

Sono punte di eccellenza isolate o esiste una base più ampia?

Limitare a mille il numero delle Champions è una scelta metodologica. In realtà, nel corso delle edizioni è emersa una platea più ampia di imprese ad alte prestazioni. Il problema non è l’assenza di eccellenze, ma la difficoltà di trasformarle in un patrimonio stabile e diffuso.

L’Italia ha un tessuto imprenditoriale dinamico, che ha supplito alla progressiva rarefazione dei grandi poli industriali nazionali, sempre più a controllo pubblico o straniero. Questo sistema di medie imprese regge le filiere e mantiene una presenza industriale capillare sul territorio. Ma è un sistema esposto.

Le pressioni della fase attuale non colpiscono solo i risultati economici: comprimono lo spazio in cui può maturare l’eccellenza. Rendono più difficile il salto dimensionale, aumentano il fabbisogno di capitale, amplificano la competizione tecnologica.

Qual è il nodo strutturale che rischia di frenare la crescita?

Non è la mancanza di imprenditorialità. Le imprese italiane hanno dimostrato capacità di adattamento straordinaria. Il nodo è l’erosione dei fattori abilitanti della crescita nel tempo.

Le competenze si disperdono o non vengono adeguatamente valorizzate. Il capitale umano più qualificato fatica a trovare un ecosistema che lo trattenga. I percorsi di rafforzamento dimensionale – indispensabili per sostenere investimenti in ricerca, automazione, digitalizzazione – non trovano un contesto favorevole.

In più, la competizione globale si gioca sempre più su scala tecnologica, energetica e finanziaria. L’accesso all’energia a costi competitivi, la disponibilità di capitale paziente, la tutela delle tecnologie chiave non sono variabili neutre. Senza una visione sistemica, il rischio è la perdita progressiva di massa critica.

Che ruolo dovrebbe avere la politica industriale in questa fase?

La politica industriale non è una parola del passato. È uno strumento di orientamento strategico. Non si tratta di sostituirsi al mercato, ma di riconoscere dove si genera valore e di creare un contesto coerente con traiettorie di crescita internazionale.

In un mondo in cui Stati Uniti e Cina agiscono con politiche coordinate su tecnologia, energia e filiere strategiche, l’Europa e l’Italia devono decidere se essere spettatori o protagonisti. Senza un quadro normativo stabile, senza incentivi coerenti con gli investimenti di lungo periodo, senza una strategia sulle competenze, il sistema continuerà a perdere densità industriale.

Che cosa ci dicono le Champions sul futuro dell’economia italiana?

Ci dicono che la crescita non è scomparsa, ma si è spostata. È diventata più selettiva, più concentrata, più esigente in termini di capitale e competenze. Premia chi investe in tecnologia proprietaria, chi controlla segmenti critici della filiera, chi costruisce governance solide e chi opera con una visione globale.

Le Champions sono la prova empirica che l’Italia può competere su traiettorie ad alto valore aggiunto. Ma rappresentano anche un monito: senza un ecosistema che amplifichi queste traiettorie, resteranno esperienze minoritarie.

La questione non è se il Paese abbia ancora eccellenze. Le ha. La questione è se sia disposto a riconoscere che la competizione si è spostata su nuove regole e ad attrezzarsi di conseguenza. La crescita di domani nascerà dalla capacità di rafforzare chi ha già dimostrato di saper stare nel nuovo scenario, trasformando l’economia reale in un progetto strategico e non in una semplice sommatoria di buone storie.

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