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F.lli Righini, utili oltre i 10 milioni. La ripresa dell’oil & gas rilancia la storica azienda di Ravenna

Ricavi a 51,6 milioni nel 2025, Ebitda più che raddoppiato a 13,9 milioni e investimento da 10 milioni per un nuovo capannone che ospiterà esclusivamente i reparti produttivi per far fronte alle nuove commesse

Nata nel secondo dopoguerra per operare nel campo delle riparazioni e delle manutenzioni delle navi, entrata successivamente nel mondo dell’oil & gas e in tempi più recenti in quello dell’eolico offshore, la F.lli Righini di Ravenna è una di quelle aziende che nel corso dei decenni ha sempre mantenuto l’impianto di impresa familiare, tramandando di generazione in generazione proprietà e gestione diretta.

Un’azienda che ha compiuto 75 anni di vita e che, dopo alcuni anni di crisi del distretto dell’oil & gas romagnolo, raccoglie i frutti della ripresa di un settore che riesce a garantire anche buoni margini di redditività. Con un centinaio di collaboratori, ha chiuso il 2025 con ricavi che sfiorano i 51,6 milioni di euro, contro i 47,4 del 2024. Incassando il risultato di un Ebitda, a quota 13,9 milioni, più che raddoppiato rispetto al 2024 (un balzo che sfiora il 112%), e di un utile netto di oltre 10,9 milioni (dai 4,3 dell’anno precedente).

«È l’esito di più fattori concomitanti – spiega Renzo Righini, presidente dell’azienda. – Da un lato abbiamo beneficiato di alcune commesse con una buona marginalità, dall’altro abbiamo lavorato sull’efficientamento dell’operatività. Nel primo caso ci siamo inseriti nella scia della ripresa dell’oil & gas, un mercato che da due anni a questa parte sta mostrando forti segnali di ripresa e che generalmente assicura utili interessanti. Nel secondo caso abbiamo lavorato sul contenimento dei costi, senza toccare però la spesa per il personale che, anzi, abbiamo aumentato di circa il 10%, con nuove assunzioni, per far fronte all’impennata produttiva».

Impennata che ora ha richiesto un investimento di 10 milioni di euro per un nuovo capannone a Ravenna: 4.400 metri quadrati in più che si aggiungeranno agli attuali 10.500, per permettere all’azienda di far fronte a commesse sempre più complesse.

«Eravamo al limite degli spazi disponibili – spiega Righini – e il nuovo fabbricato ospiterà esclusivamente i reparti produttivi. Il nostro obiettivo è quello di completare entro la fine dell’anno lo stabilimento, installare gli impianti e renderlo operativo».

Sembra trascorso molto tempo da quando l’azienda fatturava 27 milioni di euro. Invece sono passati solo tre anni. Certo, sulla F.lli Righini hanno pesato molto, come è avvenuto per molte altre aziende, la pandemia di Covid-19 e i suoi strascichi, soprattutto a causa di costi fissi elevati. Ma poi l’azienda ha fatto il proprio ingresso nell’eolico offshore – oggi installa pali di fondazione in mare da centinaia di tonnellate per i parchi eolici del Nord Europa – mentre contemporaneamente si risvegliava il mondo degli idrocarburi.

Adesso è arrivata a un sostanziale equilibrio del mix produttivo, con circa il 40% dei mricavi generati dall’oil & gas, il 40% derivante dall’eolico offshore e il restante dal decommissioning delle piattaforme e dalle attività legate alla manutenzione e alla riparazione delle navi. Un business, quest’ultimo, che alla fine degli anni Ottanta era stato abbandonato per poi essere nuovamente sviluppato con la riapertura di una divisione ad hoc, operativa soprattutto per quanto riguarda le riparazioni delle imbarcazioni in transito nel porto industriale di Ravenna.

Ma adesso è soprattutto il core business storico dell’oil & gas a spingere i ricavi, «dopo alcuni anni in cui – osserva Righini – l’eolico offshore era arrivato ad assorbire fino al 50% del nostro fatturato. Adesso abbiamo raggiunto questo punto di equilibrio. E anche se, a seconda degli anni, il mix produttivo può variare, per ora vediamo che con le politiche dell’amministrazione Trump gli Stati Uniti hanno messo il freno all’eolico offshore, mentre nel Nord Europa siamo in una fase che potremmo definire di maggiore riflessione, dovuta alla necessità di reperire i volumi finanziari necessari a far partire grandi progetti. Nei prossimi anni è prevista comunque una ripresa che non sappiamo se e quando coinvolgerà anche l’Italia, dove permangono troppe incognite legate prima di tutto agli iter procedurali».

La crescita della società, che sviluppa il 90% dei propri ricavi all’estero, è sostenuta da un portafoglio ordini consistente e dalla capacità, nella diversificazione della produzione, di seguire e assecondare gli andamenti del mercato. E le prospettive sono buone, grazie a una presenza internazionale ramificata che, partendo dal Mare del Nord, arriva in Africa, negli Stati Uniti e in Cina.

Tra le commesse recentemente portate a termine c’è la consegna di un impianto di sollevamento delle sottostrutture destinato al campo eolico Inch Cape, nel Mare del Nord. È invece in fase di ultimazione il collaudo di un impianto realizzato per conto di Saipem in Nigeria, per il sollevamento dei riser a bordo della piattaforma.

Al fianco di Renzo Righini ci sono i figli: Caterina, che si occupa della parte commerciale e finanziaria, e Rodolfo, responsabile della produzione e dei cantieri all’estero.

«Oggi – dice Righini – il mercato degli idrocarburi è spinto da vari fattori riconducibili alla necessità di garantire stabilità all’approvvigionamento di energia. Sono riprese tutte le attività di esplorazione di nuovi giacimenti di petrolio e gas naturale e di maggiore sfruttamento di quelli già esistenti. Assistiamo a una nuova rinascita in molte parti del mondo, dalla Libia al Sudamerica, prevalentemente il Brasile. Per arrivare all’Asia, come confermato dagli ultimi accordi presi da Eni in Malesia e in Indonesia. È invece tutto fermo in Italia, nel mare Adriatico, sia come estrazioni sia come ricerca».

Nata 75 anni fa per riparare navi, ha fatto il proprio ingresso nel mondo degli impianti per gli idrocarburi e successivamente in quello dell’eolico offshore, che oggi assicura il 40% del fatturato. Il 90% dei ricavi è generato da commesse all’estero. Opera a livello internazionale, dal Nord Europa all’Africa, fino agli Stati Uniti, alla Cina e al Sudamerica. La divisione navale per la manutenzione delle imbarcazioni in transito nel porto industriale di Ravenna è stata riaperta tre anni fa.

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