A Schio produce componenti e gruppi elettromeccanici per aviazione e difesa. Per il general manager Fabrizio Casadei il salto di scala passa anche dal territorio: «Il Vicentino ha tutto per
diventare una filiera»
Dieci anni fa l’aerospazio valeva circa mezzo milione di euro per il gruppo Ecor. Oggi, EcorSky, nata nell’ottobre 2025 dallo scorporo della divisione aerospace, fattura circa 10 milioni e punta a raddoppiare nei prossimi due o tre anni. La società produce componenti e gruppi elettromeccanici per l’aerospazio e la difesa, ma la parte prevalente dei ricavi arriva ancora dall’aviazione civile. Una storia che si inserisce nel distretto aerospaziale del territorio scledense, dove numerose aziende hanno una storia simile a quella di Ecor. Per Fabrizio Casadei, direttore generale di Ecor International, sarebbe proprio la possibilità di creare sinergie a rappresentare la forza dell’area: «Aziende vicine spesso non conoscono le rispettive capacità e perdono occasioni di collaborazione», ma il distretto possiede «una cultura industriale e meccanica straordinaria». Le collaborazioni potrebbero aiutare a superare le difficoltà delle produzioni dalla scala molto elevata.
Negli ultimi anni c’è stata una crescita costante. È dipesa soprattutto dall’aumento degli investimenti nella difesa?
La difesa è una parte delle nostre attività e sta crescendo in modo importante, ma rimane ancora minoritaria. La maggior parte del fatturato di EcorSky arriva dall’aviazione civile, che presenta a sua volta prospettive di crescita a due cifre. Dopo la brusca frenata del Covid, il settore ha ripreso a investire, anche nello sviluppo di nuovi velivoli e nuove motorizzazioni. I programmi della difesa hanno orizzonti di medio e lungo periodo, ma la spinta attuale può rappresentare un picco.
EcorSky nasce dopo dieci anni di investimenti nell’aerospazio. Perché avete deciso di renderla una società autonoma?
Abbiamo iniziato questo percorso quando l’aerospazio non godeva dell’attenzione attuale. Allora il fatturato era di circa mezzo milione di euro. Oggi EcorSky vale intorno ai 10 milioni e il piano strategico prevede di raddoppiare nei prossimi due o tre anni. La crescita dei volumi e delle commesse rendeva necessario superare la dimensione di semplice divisione.
Dall’ottobre 2025 EcorSky è quindi una delle cinque aziende del gruppo, specializzata nella produzione conto terzi di componenti e gruppi elettromeccanici per l’aerospazio. L’autonomia permette di avere obiettivi, risorse e organizzazione coerenti con un mercato che richiede investimenti, certificazioni e competenze molto specifiche.
Quale sostegno può arrivare dall’Italia e dall’Unione europea?
I due livelli devono essere complementari. L’Italia possiede una propria roadmap, che deve integrarsi nella strategia europea. Noi lavoriamo sia con iniziative sostenute dai ministeri italiani sia con programmi comunitari, come quelli collegati alla difesa e all’aerospazio civile. Al momento, tuttavia, molte iniziative sono ancora nella fase di pianificazione. Ora occorre mettere a terra i piani con strumenti reali, perché l’aerospazio è un settore ad alta intensità di capitale e difficilmente un’impresa può finanziarsi da sola.
Perché le piccole e medie imprese italiane faticano a intercettare i finanziamenti disponibili?
Non esiste sempre una preclusione formale legata alla dimensione; in alcuni bandi le Pmi ricevono persino punteggi premianti. Il problema emerge nelle condizioni operative: spesso si può partecipare soltanto attraverso associazioni o consorzi e le cordate vengono guidate dai grandi operatori nazionali. Il Fondo europeo per la difesa dispone di risorse importanti, ma all’Italia arriva una quota limitata. Un’azienda in crescita può avere numeri, tecnologie e competenze, ma da sola non possiede la massa critica necessaria. Servono alleanze credibili e una capacità di rappresentanza che permetta anche alle imprese specializzate di entrare nei programmi.
Schio e il Vicentino hanno le competenze per costruire una filiera aerospaziale più riconoscibile?
Il territorio possiede una cultura industriale e meccanica straordinaria. Rispetto ad altri distretti italiani, avrebbe tutte le condizioni per ottenere risultati molto importanti, ma deve superare alcune barriere culturali. Aziende vicine spesso non conoscono le rispettive capacità e perdono occasioni di collaborazione. Durante questo incontro (organizzato da ItalyPost ndr.), per esempio, abbiamo conosciuto EAS: loro producono schede elettroniche, noi produciamo componenti elettromeccanici e possono esistere spazi comuni. Non possiamo affidarci soltanto agli incontri casuali. Imprese, associazioni e buona politica devono creare occasioni stabili di confronto e aiutare il territorio a presentarsi in modo unitario nei programmi nazionali ed europei.
Come riuscite ad attrarre e trattenere le competenze necessarie alla crescita?
È uno dei punti più delicati. Il gruppo conta 367 collaboratori e 80 lavorano nella ricerca applicata all’interno di Il Sentiero International Campus. L’età media è di circa 35 anni e il livello di istruzione è molto elevato. Per trattenerle servono politiche attente, flessibilità e, soprattutto, formazione continua. Le nuove generazioni considerano la formazione professionale un elemento decisivo, insieme alla retribuzione.