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Bottega, la crescita si coltiva fuori dalla vigna. «Il vino va saputo raccontare»

La cantina trevigiana opera in 160 Paesi con quasi 500 collaboratori. L’azienda ha puntato su un corretto rapporto tra qualità e prezzo. L’Ad: «Ai giovani vanno spiegati storia e lavoro dietro a una bottiglia»

«Il vino bisogna saperlo fare, ma anche presentare e vendere». Sandro Bottega, amministratore delegato dell’omonima azienda trevigiana, non ha dubbi sulla ricetta per affrontare la crisi del settore. Con una presenza in 160 Paesi e un fatturato che continua a crescere, Bottega scommette sull’innovazione e sulla forza commerciale. Ma la sfida più grande è un’altra: riuscire a raccontare il vino a un pubblico che cambia, soprattutto ai giovani, sempre meno abituati a riconoscerne il valore

Il mondo del vino rallenta. È una crisi di passaggio o sta cambiando qualcosa di più profondo?

Temo sia una crisi strutturale, con una riduzione dei consumi, ma che è in atto da oltre 40 anni: nel 1983 si consumavano 120 litri pro-capite in Italia, oggi meno di 40. A soffrire maggiormente saranno però i vini di fascia bassa, mentre chi ha costruito una buona reputazione e punta su un’offerta di pregio potrà continuare a ottenere risultati importanti. Il problema è capire dove sta andando il mercato: alla trasformazione delle abitudini si aggiungono le tensioni geopolitiche e le difficoltà economiche. E quando ci sono meno soldi da spendere, il vino ne risente.

E allora come se ne esce?

Innovando, e non mi riferisco soltanto al packaging. Dobbiamo ripensare anche il modo in cui il vino viene consumato e proposto. Oggi si beve meno, ma non è solo una questione di alcol: spesso le persone scelgono altro perché il vino non lo conoscono. Dobbiamo far capire quanta storia e quanto lavoro ci siano dietro una bottiglia. Provate a raccontare la fatica di un contadino in vigna a un ragazzo di New York che si informa attraverso i social. Non è semplice. Per questo dobbiamo fare un grande salto di qualità nel marketing.

Vendete in 160 Paesi. C’è davvero un mondo diverso dietro ogni bottiglia?

Assolutamente sì. Esportiamo da almeno trent’anni e abbiamo imparato quanto siano differenti le culture. In Giappone vendiamo Prosecco anche a 200 euro, mentre in Slovacchia si trovano bottiglie di alcuni prosecchi a 2,99 euro al pubblico (non nostre). È evidente che non possiamo parlare a questi consumatori nello stesso modo. Bisogna trovare le persone giuste, capire che cosa cercano e soprattutto come raggiungerle. Non basta fare un buon vino: bisogna saperlo presentare, raccontare e vendere.

Qualcuno, però, con i prezzi ha esagerato. Il settore ne sta pagando il conto?

In parte sì. È un errore strategico che alcune aziende hanno commesso già negli anni Novanta, dal Collio alla Toscana, ma anche in Veneto. Il successo passa sempre da un corretto rapporto tra valore e prezzo. Ci sono bottiglie particolari che possono costare anche 200 euro, perché hanno caratteristiche uniche e costi elevati. Ma chi compra non deve sentirsi ingannato: se il consumatore è soddisfatto, lo siamo anche noi.

Il Prosecco continua a tenere. Ma non sarebbe il momento di guardare anche altrove?

In realtà noi lo facciamo già. Produciamo – nelle nostre 5 cantine e 4 distillerie, circa ottanta vini e alcolici diversi, tra cui una quindicina di Prosecco e altrettanti spumanti. Pensate che il mercato del Prosecco vale, secondo le stime, tre o quattro miliardi di euro, quello del whisky circa novanta. Le opportunità ci sono, eccome. Però resto convinto che un imprenditore debba fare soprattutto quello che sa fare meglio. La specializzazione è fondamentale per essere efficienti, produrre qualità e redditizi.

Intanto Bottega continua a crescere. Qual è il vostro segreto?

Potremmo crescere molto di più, se la situazione geopolitica fosse diversa. A trainarci sono l’innovazione e soprattutto gli investimenti commerciali. Il vino bisogna saperlo vendere e servono persone capaci di farlo. Conosco un’azienda del nostro settore che ha cinquecento addetti in produzione e tremila venditori. Noi abbiamo circa 250 dipendenti, a cui si aggiungono 200 agenti e trenta export manager. Quell’esempio mi ha fatto riflettere molto: possiamo investire ancora di più nella capacità di raggiungere i clienti. Naturalmente bisogna partire da un vino eccellente che deve essere proposto al prezzo giusto e presentato nel modo giusto, cercando di controllare tutta la filiera.

E il vino dealcolato? È davvero la nuova frontiera o se ne parla troppo?

Noi abbiamo deciso di non entrare in questo mercato. Non perché sia contrario: anzi, sono stato tra quelli che hanno sostenuto una legge per regolamentarlo. Ma oggi, secondo me, la tecnologia non permette ancora di ottenere un vino dealcolato davvero buono. È giusto rispondere alle nuove esigenze, ma non penso che il dealcolato sia il futuro del vino. Proponiamo invece bevande a zero alcol ottenute con refrigerazione e microfiltrazione: in sostanza, succo d’uva che conserva un sapore piacevole.

I giovani, però, sembrano sempre più lontani dal vino. Come si riportano al bicchiere?

Con vini sempre più buoni, naturali e sostenibili, da bere in quantità e occasioni diverse, ma con maggiore consapevolezza. I giovani spesso preferiscono i ready to drink perché sono dolci, frizzanti e immediati. Per apprezzare un bicchiere di vino, invece, bisogna conoscerlo. E tra un vino mediocre e una bevanda dolce come i Rtd facile da bere, è comprensibile che scelgano la seconda. Dobbiamo aiutare i giovani a scoprire cosa c’è dietro una bottiglia: è così che possiamo conquistare nuovi consumatori.

L’azienda

La storia di Bottega comincia dalla grappa: nel 1977 Aldo e la moglie Rosina fondano la distilleria a Pianzano di Godega, nel Trevigiano. Nel 1983, alla morte del padre, Sandro ne assume la guida con i fratelli Barbara e Stefano. La svolta arriva nel 1992 con il Prosecco «Il Vino dei Poeti», che apre le porte al mercato del vino. Nel 2007 l’azienda si trasferisce a Bibano, in una casa colonica seicentesca circondata da vigneti. Oggi conta cinque cantine e quattro distillerie.

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