
Può capitare che il motivo per cui un’azienda nasce non è quello che la rende grande e cioè che il business originario venga man mano riscritto, talvolta per necessità, talvolta per intuizione imprenditoriale. È quello che gli economisti studiano come evoluzione strategica: e Bellini, azienda di Zanica (BG) che oggi opera nel mondo dei lubrificanti, incarna perfettamente questa metamorfosi.
La sua storia parte nel 1942, quando Carlo Bellini fonda la Alfa Petroli, che distribuisce prodotti petroliferi, benzine e gasolio per autotrazione, riscaldamento e illuminazione. La rete si amplia e nel 1972 viene venduta a una delle sette major petrolifere americane dell’epoca. Carlo mantiene però una piccola divisione: quella dei lubrificanti. È qui che entra in scena il figlio Alberto, neolaureato in chimica, che trasforma quella nicchia in un vero focus.
Oggi, spiega Marco Bellini, amministratore delegato e presidente dell’azienda e rappresentante della terza generazione, «gran parte della manifattura metalmeccanica italiana utilizza i nostri lubrificanti». Insomma, l’impresa bergamasca ha saputo radicarsi nella filiera manifatturiera nazionale, invisibile agli occhi del cliente finale ma indispensabile per chi produce. Ma non si è accontentata.
La seconda evoluzione è arrivata nei primi anni Duemila ed è partita da una constatazione: il 97% dei lubrificanti circolanti proviene da fonti petrolifere. Così, nel 2007, quando ancora il dibattito sulla sostenibilità ambientale stentava a decollare, Bellini ha iniziato a formulare i primi biolubrificanti, derivati da fonti rinnovabili.
Questo prodotto pesa oggi per il 40% del fatturato aziendale. «Non spendiamo più un euro in ricerca e sviluppo per lubrificanti di origine petrolifera. Tutto il nostro sforzo innovativo è concentrato sui biolubrificanti, che a livello mondiale avranno un Cagr del 4% nei prossimi dieci anni», specifica l’ad. E questo senza scendere a compromessi sulla qualità: «Anzi, deve esserci valore aggiunto non solo in termini di sostenibilità, ma anche di sicurezza e soprattutto di performance».
In termini di geografia commerciale, Bellini mantiene una struttura in prevalenza italiana: l’export pesa per circa il 23%, pur se in aumento negli ultimi anni. «Raggiungiamo tutta l’Europa – afferma l’ad – con una “preferenza” per i Paesi mediterranei e dell’Est». Questa configurazione dipende anche dal fatto che nell’ambito dei lubrificanti industriali il made in Italy, che rappresenta un lasciapassare in molti settori, diventa paradossalmente un «disvalore», soprattutto nei mercati di tradizione industriale tedesca.
I risultati economici parlano di un fatturato che nel 2017 era di 25,9 milioni ed è passato ai 43,8 milioni del 2023, con un Ebitda che è salito da 3,1 milioni (l’11,8% dei ricavi) a 9,4 milioni (21,3%). In parallelo l’utile è complessivamente cresciuto da 2,1 milioni a 5,8 milioni. Il 2024 si è poi chiuso «a circa 42 milioni di fatturato, con un Ebitda di 10 milioni» e il 2025 dovrebbe attestarsi «tra i 43 e i 44 milioni».
Una parabola che va letta all’interno di un contesto turbolento: «Storicamente abbiamo sempre superato la crescita del mercato di riferimento del 6-8% ogni anno. Nel post-covid questa capacità è stata amplificata: l’incremento organico naturale si è combinato con il boom della manifattura europea. Poi è arrivata la contrazione, la produzione industriale (in particolare tedesca) è calata e di conseguenza anche il mercato dei lubrificanti».
Se Bellini ha continuato a overperformare è stato grazie a un cambio di strategia. Prima della pandemia la spinta dipendeva principalmente dall’innovazione di prodotto, mentre dopo è derivata dall’estensione territoriale e dagli investimenti nell’attività commerciale, sia in Italia che all’estero. Un’altra grande novità del periodo post-covid è stata la riconfigurazione del portafoglio clienti. «Abbiamo perso esposizione nel mondo dell’auto, che pur rappresentando una parte di fatturato importante ha una marginalità bassa». Quindi i ricavi “persi” nell’automotive sono stati sostituiti da altri con margini più alti in settori come «l’energia, la gestione dell’acqua, la costruzione».
“La storia dell’azienda di Zanica (BG) è quella di chi ha saputo reinventarsi. Ha trasformato un’eredità di distribuzione petrolifera in produzione specializzata di lubrificanti. Si è staccata dalla volatilità dei prezzi del petrolio sviluppando la nicchia dei prodotti bio, che ora pesa per il 40% del fatturato. Ed è passata dai 25,9 milioni di fatturato del 2017 ai circa 44 del 2025, anche in un contesto di crisi del manifatturiero europeo «aumentando la quota export e catturando gli spazi abbandonati dalle major petrolifere».”
E infine il momento pare propizio. «I competitor più grandi si stanno ritirando dal mercato dei lubrificanti», spiega Bellini facendo riferimento niente meno che alle major petrolifere le quali stanno sempre più «diventando energy company anziché oil company e abbandonando business minori»: «Di conseguenza stanno lasciando tanti buchi che aziende come la nostra, resiliente, reattiva e innovativa, sta coprendo». La prospettiva per l’anno in corso è positiva: «Ci aspettiamo di crescere del 6-7%, supportati anche da un’auspicata stabilizzazione del manifatturiero europeo».
La fortuna dell’azienda bergamasca è anche quella di «non avere problema di personale, per due motivi». Il primo è una strategia di lungo termine: dal 2005 in poi ha praticato una politica di assunzione di giovani neodiplomati e neolaureati, coltivando relazioni con scuole e università. Il secondo riguarda la tecnologia: «Dagli anni Duemila abbiamo investito massicciamente in automazione e digitalizzazione dei processi. E questo ci permetterà di crescere senza necessariamente aumentare il personale. Se fino a pochi anni fa il personale costituiva un problema di breve termine, ora la carenza si sta diventando strutturale: è una preoccupazione nel lungo periodo, dettata soprattutto dall’inverno demografico e su cui le imprese non possono agire».