L’azienda specializzata in “snack pellet” a base di amidi (soprattutto derivati della patata) opera nel mercato B2B, servendo clienti che trasformano, aromatizzano e confezionano il prodotto. Le vendite si concentrano sull’Europa
Il più grande stabilimento di snack pellet al mondo non si trova in una capitale globale del food né in uno dei grandi hub americani dell’industria alimentare, ma a Galliera Veneta, provincia di Padova. Qui Mafin produce ogni giorno il semilavorato che, una volta espanso, aromatizzato e confezionato dai suoi clienti, finisce sugli scaffali di oltre 60 Paesi. Uno stabilimento importante per un prodotto che solo dopo la successiva lavorazione arriva al consumatore finale: il pellet, a base di amidi di patata o cereali, è infatti il mattone elementare da cui nasce una parte importante degli snack consumati nel mondo.
L’azienda è interamente votata al B2B: non vende al consumatore finale ma ai produttori di snack che trasformano il pellet in prodotto finito. «Il nostro cliente tipo è un produttore che riceve i semilavorati, li espande, li aromatizza, li confeziona e li distribuisce nel proprio mercato», spiega Andrea Campagnolo, general manager di Mafin. I numeri raccontano una scala industriale tutt’altro che marginale: «Dai nostri semilavorati, ogni giorno, i clienti in 60 Paesi ottengono circa 5 milioni di confezioni di snack da 50 grammi in media».
La storia dell’impresa ha inizio nel 1946, quando l’ingegner Mario Pavan avvia un’attività di progettazione e sviluppo di tecnologie per la lavorazione della pasta a base di frumento. L’avvio produttivo di Mafin avviene però nell’aprile del 1991, con l’obiettivo di trasferire quel know-how nel mercato allora nascente degli snack estrusi e dei pellet semilavorati: è il passaggio da una cultura ingegneristica di processo a una produzione industriale vera e propria.
Da allora la traiettoria è stata lineare: automazione, ampliamento della capacità, ricerca interna, sviluppo e controllo della tecnologia. Nel 2003 arriva il sistema automatizzato di gestione delle materie prime nel primo stabilimento, nel 2010 il confezionamento automatico, nel 2015 l’impianto di stabilizzazione automatizzato per il pellet col nuovo magazzino, nel 2017 il secondo plant. Nel 2021 la nuova palazzina tecnica con il centro Qualità e Ricerca & Sviluppo e l’area Ingegneria.Nel tempo, oltre 1.200 articoli sono stati sviluppati a livello impianto pilota e più di 500 portati alla scala industriale.
Le referenze prodotte ogni anno sono circa 90, in buona parte a base patata. «Il settore degli snack pellet consente una forte differenziazione anche sul piano nutrizionale – evidenzia però Campagnolo –. Rispetto alle patatine naturali, si possono ottenere livelli di grassi significativamente più bassi. In questo senso, osserviamo un interesse crescente per prodotti ricchi di proteine e fibre, oltre a una maggiore diversificazione dei formati».
È qui che il pellet si allontana dall’immagine tradizionale dello snack come semplice sfizio salato e si avvicina a una logica più sofisticata: meno grassi, più fibre, riduzione del sale, multicereale, formati tridimensionali, prodotti non fritti. Il consumatore chiede piacere, ma lo vuole con una lista di plus nutrizionali. E l’industria risponde a monte, partendo proprio dal semilavorato.
La geografia dei ricavi testimonia la vocazione internazionale. Mafin esporta oltre il 90% dei propri volumi e serve clienti in più di 60 Paesi. «Da sempre coltiviamo con grande attenzione il mercato europeo, perché è quello più stabile dal punto di vista geopolitico e, di questi tempi, è un valore». Ma c’è anche un motivo prettamente industriale: «Una parte importante delle materie prime che utilizziamo è di origine europea, perché gran parte della nostra produzione riguarda la filiera dei derivati della patata».
Sul piano economico, dal 2018 al 2024 i ricavi di Mafin sono saliti da 39,2 a 79,7 milioni, con un tasso annuo composto (Cagr) del 12,6%. Nello stesso periodo l’Ebitda è cresciuto da 6,1 a 10,4 milioni, mentre il margine operativo lordo è passato dal 15,5% al 12,8%.Anche i risultati recenti indicano una fase di consolidamento: «Il 2025 è stato un anno in linea con le aspettative, con un fatturato in leggera crescita, anche per effetto delle dinamiche dei prezzi e dei costi delle materie prime – spiega Campagnolo –. Non parliamo di una crescita a doppia cifra, ma comunque di una crescita». Per il 2026, la previsione è di continuità: «Lo scenario geopolitico globale pone alcune sfide, ma non nelle aree in cui siamo maggiormente presenti. Ci aspettiamo un anno sostanzialmente in linea con il precedente».
Dietro ai toni cauti, però, resta la sostanza degli investimenti dell’ultimo decennio. Negli ultimi dodici anni Mafin ha investito a Galliera Veneta quasi 80 milioni, rafforzando stabilimenti, automazione, stoccaggi e infrastrutture tecniche, sviluppando e rafforzando le competenze del proprio personale anche tramite una Academy di formazione interna e a loro riservata.
I prossimi interventi seguiranno la stessa logica: «I nuovi progetti riguardano l’aggiornamento di circa un terzo del nostro stabilimento. Stiamo aumentando la capacità di stoccaggio nei silos esterni e abbiamo in programma diversi interventi di efficientamento sull’uso dell’energia elettrica e termica».
L’azienda
Le radici dell’impresa padovana risalgono al 1946, quando l’ingegner Mario Pavan avvia lo sviluppo di tecnologie per la lavorazione della pasta di frumento. La nascita formale della società avviene però nel 1991, segnando il passaggio dal know-how ingegneristico di processo alla produzione industriale vera e propria. Da allora, lo sviluppo è stato scandito da automazione e ampliamento della capacità: nel 2003 la gestione automatica delle materie prime, nel 2015 il magazzino hi-tech e nel 2021 la nuova palazzina tecnica dedicata a Qualità e R&D.