«I giovani bevono meno, ma cercano autenticità». La Presidente racconta la strategia del gruppo: filiera integrata, presenza diretta all’estero e nuovi prodotti, dai cocktail a base vino al possibile ingresso nel no alcol
Nel vino, la tradizione non basta più. Servono radici solide, ma anche la capacità di parlare a consumatori nuovi, mercati instabili e categorie in trasformazione. È su questo equilibrio tra identità e visione che si muove la famiglia Candoni De Zan, che ha trasformato la propria vocazione imprenditoriale in un gruppo articolato di realtà sviluppate tra Piemonte, Veneto e diversi mercati internazionali. Il gruppo presidia ogni passaggio del percorso del vino: dalla propria aziende agricole, dall’imbottigliamento fino alla distribuzione e alla presenza diretta sui mercati esteri, mantenendo una visione integrata ma dinamica, capace di adattarsi ai cambiamenti del settore senza perdere coerenza e identità. Tra le società del gruppo c’è anche Cdz Vini, di cui Barbara De Zan è Presidente. Alla guida del percorso di crescita rimane centrale il ruolo della famiglia Candoni De Zan, con il contributo attivo delle diverse generazioni. Ne abbiamo parlato con lei.
C’è stato anche un passaggio generazionale riuscito, un momento che per molte imprese non è affatto scontato. Come lo avete vissuto?
Non è stato un passaggio banale. Io e mia sorella siamo cresciute in un contesto in cui l’impresa faceva parte della vita quotidiana della famiglia e abbiamo scelto di continuare questo percorso con grande passione. Nel tempo, però, il nostro ruolo si è evoluto: oggi non siamo soltanto la nuova generazione presente in azienda, ma partecipiamo attivamente alle decisioni e alla definizione delle strategie che guidano lo sviluppo del gruppo.
Nel frattempo la gestione si è anche managerializzata o resta ancora concentrata soprattutto sulla famiglia?
La struttura si è progressivamente managerializzata. Oggi la gestione non è più concentrata esclusivamente sulla famiglia: accanto a noi è cresciuto un team di professionisti e managers che contribuisce allo sviluppo delle diverse realtà del gruppo, in Italia e all’estero, una crescita che ha richiesto un’organizzazione sempre più strutturata e una visione condivisa. Crediamo che uno dei principali punti di forza del nostro percorso sia proprio la capacità di costruire un team competente, capace di affiancare la famiglia e sostenere lo sviluppo futuro del gruppo.
CDZ Vini è una realtà molto verticalizzata. Ci racconta di che cosa vi occupate, dalla produzione fino alla commercializzazione?
Il gruppo opera in modo integrato lungo l’intera filiera del vino: partiamo dalle aziende agricole, arriviamo alla trasformazione e all’imbottigliamento con Cdz Vini, per poi proseguire con le società di importazione all’estero, attraverso cui affrontiamo direttamente la distribuzione internazionale. Cdz Vini è una realtà piemontese che valorizza le eccellenze del territorio, ma negli anni abbiamo creato anche molti brands capaci di raccontare il vino italiano nel suo insieme. Accanto a questo, abbiamo investito sull’innovazione, introducendo cocktails a base di vino e altre tipologie di bevande.
Il vino è un prodotto tradizionale, ma il consumo sta cambiando. Come sta evolvendo il pubblico e quali risposte state dando?
Il vino è un prodotto storico, profondamente legato alla nostra cultura e riconosciuto nel mondo. Il pubblico, però, sta cambiando, soprattutto quello più giovane, che spesso si sente distante dall’idea tradizionale di vino. Per questo, anche attraverso i nostri brands, stiamo cercando di comunicare meglio l’autenticità del prodotto, raccontandone la storia e individuando nuove forme di avvicinamento. I cocktails a base di vino, ad esempio, intercettano un consumatore che li percepisce come più conviviali e adatti a momenti informali. Da lì diventa possibile accompagnarlo verso una conoscenza più ampia del vino e del valore culturale che porta con sé
È vero che i giovani bevono meno? E la tendenza del no alcol è destinata a consolidarsi o resta soprattutto una narrazione di marketing?
Osserviamo che i giovani consumano meno in termini di quantità, ma lo fanno in modo più consapevole. Sono attratti da prodotti autentici, riconoscibili e con una storia da raccontare: è su questo terreno che oggi si costruisce una relazione. Esiste poi un orientamento legato al benessere, quello che negli Stati Uniti viene definito “better for you”, e una delle sfide attuali riguarda la percezione del vino come prodotto poco salutare. In questo contesto osserviamo una crescente attenzione verso prodotti che rispondono a nuove sensibilità del consumatore: noi già produciamo vini certificati sostenibili, biologici, vegan e gluten free e vediamo un interesse sempre più forte da parte dei consumatori verso queste caratteristiche. Stiamo inoltre valutando anche il segmento no alcol, cercando di capire se si tratti di una tendenza passeggera o di una categoria destinata a consolidarsi nel tempo. Non siamo contrari a questa prospettiva, purché il risultato mantenga gli standard qualitativi che applichiamo a tutto ciò che realizziamo.
Sul vino dealcolato siete ancora in una fase di valutazione. Quali sono oggi i principali limiti produttivi, normativi ed economici?
Fino a poco tempo fa il quadro normativo rappresentava un limite importante e molte aziende guardavano all’estero per svolgere questi processi. Oggi la situazione sta evolvendo e anche in Italia si sta creando una cornice più chiara per la produzione dei vini dealcolati, pur con requisiti tecnici e normativi specifici. La sfida rimane però anche economica: si tratta di un processo complesso e costoso, che richiede una valutazione attenta degli investimenti e della strategia da adottare, che possono anche essere sviluppate attraverso partnership competitive. E’ un mercato che richiede uno studio accurato su cui è necessario muoversi con competenza, visione strategica e capacità di interpretare un consumatore in rapida evoluzione. Il risultato finale, inoltre, non sarà necessariamente più economico del vino tradizionale; anzi, i costi di produzione possono essere superiori. Qui può nascere una difficoltà di percezione, perché il consumatore potrebbe pensare che eliminare l’alcol significhi ridurre il prezzo, mentre la realtà produttiva può andare nella direzione opposta.
Sui mercati esteri, e in particolare negli Stati Uniti, il vino ha vissuto mesi complessi tra scorte, rallentamenti e dazi. Come state gestendo questa fase?
Esportiamo circa l’88% della produzione, quindi siamo fortemente esposti alla dimensione internazionale. Negli Stati Uniti abbiamo un rete di partner consolidati, e questo ci ha consentito di attenuare l’impatto dei dazi. Lavoriamo molto sulla qualità delle relazioni, non solo con i clienti ma anche lungo tutta la filiera: per noi si tratta di rapporti umani costruiti nel tempo. In questa fase abbiamo cercato di collaborare con tutti gli attori coinvolti per contenere il più possibile l’impatto sui prezzi finali. Conoscendo bene i diversi canali, abbiamo valutato dove fosse stato sostenibile calmierarne l’impatto e dove invece sarebbe stato più dannoso farlo. È stato necessario trovare un equilibrio.
Alla luce di queste riorganizzazioni, come si è chiuso il 2025 e quali prospettive vedete per il 2026?
Siamo molto attenti all’attuale contesto di mercato, caratterizzato da forti incertezze e continui cambiamenti. Pur guardando al futuro con prospettive positive, siamo consapevoli delle complessità che il settore sta attraversando: dall’instabilità economica alle tensioni internazionali, fino all’evoluzione dei consumi e alla pressione sui costi. Per questo è fondamentale mantenere sempre alta l’attenzione, restando flessibili e pronti ad adattarsi rapidamente agli scenari del mercato. Negli ultimi anni abbiamo lavorato in modo mirato sulla diversificazione della nostra presenza commerciale, aprendo nuovi clienti e nuovi sbocchi di mercato, che ci aiutano ad affrontare la fase attuale con maggiore equilibrio. L’obiettivo resta il rafforzamento dei mercati principali, ma allo stesso tempo la capacità di costruire nuove opportunità. È su questo lavoro costante di consolidamento e sviluppo che puntiamo per affrontare un 2026 che si prospetta ancora ricco di vulnerabilità e fattori di incertezza.