Un tempo quasi legata solo a Eni, l’azienda ravennate dei servizi subacquei offshore supera oggi i 90
mln di ricavi con margini oltre il 20%. L’ad Buffa: «Fondamentale diversificare i clienti». E sul salto di
scala: «Con l’ingresso del gruppo NextGeo oggi possiamo ancora crescere»
Una piccola impresa di diving al servizio delle piattaforme di gas in Adriatico che oggi
organizza squadre e robot che lavorano fino a 3.000 metri di profondità, dal Mediterraneo al
West Africa e al Golfo. Questa è la realtà di Rana Subsea, gruppo guidato da Alessandro Buffa,
manager che ha preso in mano l’azienda in anni di bilanci in rosso e l’ha portata a margini
che superano il 20%, a una commessa da 150–250 milioni di dollari in Medio Oriente e
all’ingresso nel gruppo quotato NextGeo.
Di che cosa vi occupate oggi, in concreto?
Rana è una società di servizi subacquei per il settore offshore. Seguiamo tutte le fasi di vita di
un impianto in mare: supportiamo l’installazione di nuove piattaforme, wind farms,
condotte e cavi, ci occupiamo di ispezione e manutenzione degli asset esistenti e, più di
recente, interveniamo nel decommissioning, cioè nello smantellamento a fine vita. In
Adriatico abbiamo appena concluso il primo progetto di decommissioning per Eni, cioè il
primo progetto di smantellamento di una piattaforma Eni. Tutta l’ingegneria è “in-house”,
oggi abbiamo un ufficio tecnico composto da 33 ingegneri.
Quali tecniche usate sott’acqua e fino a che profondità operate?
Utilizziamo tre modalità principali di lavoro subacqueo. La prima è l’immersione ad aria con
decompressione in acqua, che copre interventi fino a un massimo di 50 metri. La seconda è
l’immersione in saturazione, una tecnologia molto specialistica che consente ai
sommozzatori di operare fino a 300 metri: nel mondo sono poche le aziende in grado di farlo.
La terza è l’impiego di ROV, robot subacquei filoguidati con cui arriviamo fino a 3.000 metri
di profondità.
Dove siete presenti e come si distribuisce il vostro lavoro?
La sede principale è a Ravenna, ma Rana Subsea lavora su tre macroaree. La prima è il mar
Mediterraneo dove operiamo dall’Italia e dalla Libia; la seconda è l’Africa occidentale, dove
abbiamo società locali in Congo e in Guinea Equatoriale . La terza, più recente, è il Medio
Oriente: a fine 2025 abbiamo aperto una sede a Sharjah, negli Emirati, insieme a NextGeo. Di
anno in anno il peso delle aree cambia in base ai progetti, ma nel medio periodo
Mediterraneo e West Africa tendono a bilanciarsi.
Che peso hanno oggi Eni e i grandi contractor sul vostro fatturato?
Per molti anni in passato Rana ha lavorato quasi esclusivamente per Eni, che arrivava a
rappresentare tra l’80 e il 90% dei ricavi. Oggi la situazione è molto diversa: Eni rimane un
cliente importantissimo che pesa circa il 20%, mentre il resto è distribuito tra le principali oil
company quali Total Energies e BP e i grandi contractor offshore, da Saipem, a SBM Offshore,
a Subsea 7. Siamo grati a Eni per il percorso di crescita che ci ha permesso di compiere, ma
diversificare la base clienti era indispensabile per rendere l’azienda più robusta.
Qual è stato il percorso economico di Rana Subsea, dai bilanci in rosso ai risultati attuali?
Alle spalle ci sono anni molto complicati: fra il 2015 e il 2017 i bilanci sono stati negativi. Nel
2018 abbiamo raggiunto il breakeven e da allora è iniziata una crescita più ordinata, prima
per mettere in sicurezza la struttura e poi per cogliere nuove opportunità. Oggi lavoriamo
con margini EBITDA sopra il 20%, abbiamo superato i 90 milioni di ricavi e nel nostro
segmento siamo considerati uno dei riferimenti nel Mediterraneo e nel West Africa, con forte
crescita prevista anche in Medio Oriente. L’ultima conferma è una commessa in Arabia
Saudita da circa 150 milioni di dollari, con opzioni che possono arrivare a 250 milioni, che
richiede l’impiego di una nave del valore di 112 milioni.
Che cosa ha cambiato l’ingresso di NextGeo nel vostro capitale?
L’arrivo di NextGeo nel settembre 2025, gruppo quotato specializzato in geofisica e
geotecnica marina, ha permesso di unire competenze complementari: le loro nella fase di
acquisizione e analisi dei dati, competenze congiunte nella fase operativa di installazione, la
nostra expertise nella manutenzione e nel decommissioning. Con l’ingresso nel gruppo
abbiamo migliorato l’organizzazione e la capacità di investire per crescere. Per realizzare la
commessa da 150 milioni appena acquisita abbiamo acquistato una nave da 112 milioni a
cui non avremmo mai potuto accedere senza le competenze armatoriali e la capacità
finanziaria del gruppo. Con riferimento alla mia partecipazione azionaria, con l’ingresso di
NextGeo ho ceduto la maggioranza che avevo acquisito negli anni e allo stesso tempo ho
reinvestito in NextGeo, con l’obiettivo di costruire insieme un gruppo ancora più forte e
capace di continuare a crescere.
Quanto pesa oggi il tema sicurezza, sia degli asset sia delle persone?
La sicurezza delle infrastrutture sottomarine è diventata un tema centrale: episodi come il
sabotaggio del Nord Stream hanno mostrato quanto siano esposti tubi e cavi elettrici sul
fondale, così come i collegamenti di telecomunicazione. Per noi significa sviluppare
soluzioni in grado di monitorare e proteggere questi asset strategici. Per quanto riguarda la
sicurezza del nostro personale operativo adottiamo standard elevatissimi: procedure,
formazione e controlli sono estremamente rigorosi. Oltre a operare con tutte le certificazioni
richieste dal settore, i clienti ci riconoscono standard di sicurezza ancora superiori e
l’azienda premia il personale anche sulla base delle performance di sicurezza.
La sua storia personale non è quella del “classico” imprenditore di famiglia. Che cosa l’ha
portata a scegliere Rana Subsea?
Mio padre ha lavorato a lungo in questo settore ed è stato per un periodo amministratore di
Rana Subsea con una partecipazione del 10%. Io ho iniziato altrove, in altre realtà offshore
all’estero, e sono arrivato in azienda nel 2016 per seguire la filiale in Congo. Da lì il percorso è
stato rapido: nel 2018 sono diventato amministratore delegato, con l’obiettivo di mettere a
frutto quella passione per il mare che avevo respirato in famiglia dentro un progetto che oggi
non è più una “piccola ditta di diving”, ma un gruppo internazionale che vuole continuare a
crescere.