Il gruppo produce elementi di fissaggio, sempre più richiesti dall’automazione. Per il 2026 stima ricavi
su dell’8-10%, ma punta a tornare al picco del 2022. «Contro chi importa dal Far East puntiamo su
affidabilità e flessibilità»
Possono sembrare componenti estremamente banali, poco innovativi e tutto sommato
semplici da realizzare ma in realtà bulloni, dadi e, in generale, gli organi di fissaggio (i
cosiddetti fastener) sono prodotti estremamente critici. «Una vite venduta per pochi
centesimi può causare danni da milioni di euro a una fabbrica se cede nel momento
sbagliato», esordisce Alessandro Vescovini, presidente di Vescovini Group, nel raccontare
l’impresa di cui è a capo. La sua è una storia che parte nel 1962, quando il padre apre un
negozio di ferramenta a Reggio Emilia.
La crescita come distributore lo porta a entrare nel segmento dei ricambi per le macchine
movimento terra e da lì a stringere rapporti sempre più stretti con i produttori e in
particolare con la goriziana Sbe-Varvit, allora del Gruppo Iri. «Quando cominciarono le
privatizzazioni mio padre offrì una cifra folle per comprarla – ricorda l’attuale presidente –.
Da quel momento, da distributori siamo diventati produttori». Oggi il gruppo conta circa
1.000 dipendenti, sette siti produttivi in Italia tra cui l’headquarter di Monfalcone (GO) e uno
in Serbia, una terza generazione già attiva in azienda e una quotazione all’Euronext Growth.
Tutto, però, è partito dai fastener: da bulloni e viti che, ammette Vescovini, «di per sé hanno
un peso economico poco rilevante per le aziende, ma sono fondamentali». Dove si gioca
allora la partita? «Sull’affidabilità del prodotto, sulla flessibilità produttiva, sull’efficienza del
servizio e – aggiunge – sulla nostra capacità di disintermediare il mercato». Il riferimento è a
una filiera che troppo spesso è appesantita da distributori che importano dal Far East e che
peccano di un livello qualitativo basso del prodotto e un servizio carente se non assente:
«Noi ci andiamo a proporre direttamente al cliente finale proprio per questo».
La base clienti dell’azienda è volutamente «ampia e diversificata»: «Contiamo circa 5 mila
clienti in tutto il mondo, con una presenza nei principali settori metalmeccanici, tra cui
macchine movimento terra, agricoltura e meccanica industriale, e una quota nell’automotive
che non supera l’8% del fatturato». Una scelta che ha riparato Vescovini Group dalle
turbolenze che hanno attraversato la filiera dell’auto negli ultimi anni e che riflette una
strategia di presidio orizzontale del mercato, costruita sulla capacità di intercettare
continuamente nuova domanda: «Continuiamo a crescere anche perché andiamo
incessantemente “a caccia” di altro lavoro, offrendo qualità, affidabilità, servizio e una catena
di fornitura corta».
Una supply chain «corta» che, oltre ai già citati impianti Italia e Serbia, comprende un
magazzino negli Usa: «Preferiamo per ora produrre in Europa – specifica Vescovini –. Negli
Stati Uniti c’è un tema di qualità dell’acciaio e soprattutto di difficoltà nel fidelizzare la
manodopera, perciò i piani per realizzare lì un’unità produttiva sono rimandati fino a
quando non saremo in grado di automatizzare i processi in maniera ancora più importante
di quanto non accada ora». In questo orizzonte entra anche una tecnologia in fase di
sviluppo: «Gli umanoidi rappresentano il futuro di tanti settori. Dovremo però aspettare una
generazione di robot estremamente versatile, perché nella nostra produzione ci sono almeno
una trentina di mestieri diversi».
Nel frattempo, i bilanci parlano da sé. Dal 2018 al 2024 i ricavi sono saliti da 204,6 milioni a
336,5 milioni, l’Ebitda è passato da 53,5 milioni (pari al 25,9% del fatturato) a 81,9 milioni (il
23,9%) e l’utile netto si è portato da 27,7 milioni a oltre 30 milioni. Si è trattato di anni
particolari per tutto il mondo dell’industria, segnati dalla pandemia e dall’aumento dei costi
dell’energia. Su quest’ultimo capitolo nel 2022 Vescovini aveva lanciato un progetto per
portare Gnl tramite nave gasiera nell’Alto Adriatico, ma «è stato deciso che serviva una
Valutazione di Impatto Ambientale, che è il modo con cui in Italia si bloccano i progetti
sull’energia», dice con amarezza il presidente. «La prima iniziativa che ho lanciato per un
piccolo impianto di gassificazione in Friuli-Venezia Giulia risale all’invasione della Crimea
nel 2014: non è andata in porto per lo stesso motivo. Sono rassegnato, sembra che l’energia
in Italia sia un altro modo per pagare le tasse».
In questi anni c’è stato poi anche lo sbarco alla Borsa di Milano, concretizzatasi nel
novembre 2023. La società, da circa 1 miliardo di capitalizzazione, ha messo sul mercato un
2,5% del capitale riuscendo a mantenere il controllo di oltre il 99,5% dei voti: «L’idea di
partenza – spiega il presidente – era quella di quotare un 20% sul segmento Star, ma abbiamo
rivalutato la scelta dopo aver rilevato alcune lacune sul mercato borsistico italiano, in
particolare i pochi investitori istituzionali. Il cambio per cui abbiamo optato ci permette di
tenere aperta la porta a eventuali operazioni straordinarie future senza ricorrere
all’indebitamento».
Tornando ai bilanci, il 2025 ha visto crescere i principali indicatori economico-finanziari, con
340,4 milioni di ricavi (+1,5% sul 2024), un Ebitda di 84,7 milioni (+2,8%), un margin del
24,9% e un utile di 35,3 milioni (+0,6%). Ora l’obiettivo è quello di «tornare ai livelli del 2022»,
che rimane il picco di riferimento, e «mantenere la redditività attuale». Per l’anno in corso la
società ha stimato una crescita del fatturato tra l’8 e il 10%, con un Ebitda margin atteso tra il
24 e il 26%, salvo ripercussioni legate ai conflitti in corso. «Potenzieremo la capacità
produttiva tramite investimenti focalizzati in particolare sull’efficientamento degli impianti e
l’adozione di tecnologie evolute: ora più che mai – conclude Vescovini – che i nostri clienti
puntano sull’automazione dobbiamo garantire la qualità e l’affidabilità del nostro prodotto».