Il gruppo degli imballaggi in metallo, plastica e soluzioni ibride ha inaugurato nel 2023 uno
stabilimento in West Virginia, in un «contesto che si è rivelato più complesso del previsto». In sette
anni i ricavi sono passati da 38 a 68 milioni
Nella packaging valley emiliana, dove la manifattura ha trasformato una specifica
produzione industriale in un linguaggio riconoscibile nel mondo, la storia di Fanti Packaging
si inserisce come una traiettoria quasi paradigmatica: artigianato del dopoguerra, crescita
industriale, apertura internazionale. E oggi, inevitabilmente, il confronto con mercati
lontani. A partire dagli Stati Uniti, dove nel 2024 il gruppo ha inaugurato uno stabilimento a
Weirton (West Virginia), scegliendo di misurarsi con una delle sfide più ambiziose della sua
storia recente.
«L’avventura negli Usa sta andando secondo i piani, ma il contesto competitivo è più
complesso di quanto previsto», spiega il Ceo Stefano Fanti. «Il mercato americano dei paint
cans (contenitori per vernici, ndr.) sta vivendo una transizione strutturale, con un
progressivo aumento dei prodotti in plastica che ha intaccato il predominio del metallo. Un
fenomeno che in Europa conosciamo bene ma che non ci aspettavamo così repentino
oltreoceano. Questo ha rallentato leggermente il processo di crescita che ci aspettavamo».
Per capire questo percorso, però, occorre partire dalle origini. Il gruppo nasce nel 1948,
quando Giorgio Fanti avvia a Bologna una piccola attività di recupero e trasformazione di
barattoli in latta, in un garage di via Lino. È una storia che appartiene a una stagione precisa
dell’industria italiana, fatta di intuizioni e di adattamento alle risorse disponibili. Ma già nei
primi anni emerge un elemento distintivo: la capacità di integrare tecnologia e produzione:
«Mio padre ha avuto la fortuna di incontrare un fornitore di impianti e macchinari che ci ha
permesso di fare un salto tecnologico importante, velocizzando la produzione in modo
significativo – prosegue il Ceo –. E proprio il binomio velocità produttiva e flessibilità ci ha
dato un vantaggio competitivo che abbiamo costruito e difeso nel tempo».
Il passaggio generazionale segna il primo vero cambio di scala e coincide «con il primo
grande punto di svolta: una nuova strategia di espansione basata sull’esportazione, con una
crescita oltre i confini italiani». È l’inizio di un percorso che porterà il gruppo fuori dalla
dimensione locale, prima attraverso l’export e poi con una presenza diretta sui mercati. Gli
anni Novanta rappresentano, in questo senso, un secondo snodo decisivo. «Abbiamo capito
che le esportazioni da sole non bastavano più. Dovevamo passare dall’export
all’internazionalizzazione: affermare la nostra realtà nel mondo con una presenza diretta sui
mercati. Siamo partiti dalla Romania e poi ci siamo espansi in vari Paesi europei».
È una traiettoria coerente con l’evoluzione di molte imprese della meccanica e del packaging
emiliano-romagnolo, ma che nel caso di Fanti assume una configurazione progressivamente
più articolata. L’acquisizione di realtà complementari, la creazione di joint venture europee,
l’ingresso nel food & beverage attraverso Venegoni, fino alla costruzione di una holding
familiare capace di coordinare un sistema industriale diffuso. Oggi il gruppo conta oltre 500
addetti, una produzione che supera i 180 milioni di pezzi l’anno e una presenza che si
estende tra Italia, Romania, Spagna e altri mercati.
Ma è proprio nel momento in cui la struttura sembra consolidata che emerge la necessità di
un ulteriore salto: l’apertura oltreoceano della filiale negli Usa, per l’appunto. «Un mercato
strategico per noi, ma che va approcciato con pazienza e capacità di adattamento. Il modello
europeo è diverso dal modello di business americano». Così l’internazionalizzazione non è
più solo una leva di crescita, ma diventa una forma di gestione del rischio: «Abbiamo
consolidato il Sud Europa, con Italia, Spagna e Romania. Una scelta che ci permette di
diversificare i mercati e i segmenti produttivi, affrontando con consapevolezza uno scenario
geopolitico sempre più instabile e delicato». Non a caso, anche i risultati recenti risentono di
questo contesto. «Nel 2025 abbiamo avuto una riduzione del fatturato dell’1%. Diciamo che
abbiamo tenuto le posizioni. I risultati sono stati condizionati pesantemente dalla
geopolitica: guerre, tensioni commerciali, instabilità delle catene di fornitura». Un dato che,
più che segnalare una crisi, indica la necessità di una revisione strategica: «Il modello di
crescita basato sul mercato europeo va ripensato, non è più sufficiente». È l’andamento sul
medio periodo, però, che conferma la solidità del modello: dal 2018 al 2024 i ricavi sono
passati da 37,8 a 67,7 milioni, con un tasso annuo composto (Cagr) del 10,2%. Nel medesimo
arco temporale, l’Ebitda è aumentato in modo marcato, passando da 6,6 milioni a 16,5
milioni di euro, con un miglioramento della marginalità dal 17,3% al 23,7%. Parallelamente,
l’utile netto è più che triplicato, da 3,7 a 12,9 milioni di euro.
Il 2026 si annuncia in continuità con le dinamiche del 2025, ma con ulteriori elementi di
complessità. «Il tema dei dazi sull’acciaio, per esempio, crescerà ancora nel 2026. Questo
rischia di penalizzare la nostra situazione economica in modo significativo». Di fronte a
questo scenario, la risposta si articola su due direttrici: efficienza interna e diversificazione.
«Stiamo lavorando su due fronti – conclude Stefano Fanti –. Da una parte, efficienza
produttiva per assorbire i costi aggiuntivi. Dall’altra, diversificazione geografica e
merceologica per ridurre l’esposizione ai rischi. Il 2026 sarà difficile, ma non siamo
impreparati».
L’azienda
“Da un garage bolognese del dopoguerra ai capannoni oltreoceano, Fanti Packaging
incarna l’evoluzione della packaging valley emiliana: artigianato che diventa industria,
poi piccola multinazionale. In un contesto segnato da guerre e tensioni, l’azienda ha scelto
di giocare d’anticipo: presidio diretto dei mercati, mix di metallo, plastica e soluzioni
ibride e una strategia di lungo periodo improntata all’internazionalizzazione per crescere.
Oggi conta oltre 500 addetti e una produzione che supera i 180 milioni di pezzi l’anno.”